La Meditazione Zen.
L'Oriente vede l'uomo come
composto da spirito e fisico ed ambedue influenzano la psiche. La meditazione
Zen è un valido aiuto per coloro che volessero progredire in questi aspetti. Lo
Zen non è una religione ma una disciplina interiore dove si tende a rendere manifesta quest'unione. Per
questo motivo fu seguita dai samurai i quali vivevano continuamente in uno stato
di tensione emotiva a causa delle frequenti battaglie cui andavano
incontro.
Lo Zen conduce l'uomo alla
realizzazione di se stesso, a divenire in atto ciò che è in potenza e per fare
questo lo conduce alla liberazione di quella condizione in cui è caduto e per
cui si rivolge alla pratica Zen.
Lo Zen non si rivolge allo
spirito o alla psiche o al fisico dell'uomo, ma alla persona nella sua
interezza.
Lo Zen non è alcun colore
che passa attraverso un vetro, è il vetro: finchè si continua a distinguere,
giudicare, categorizzare, si sovrappone qualcosa al puro specchio.
Il puntare
direttamente al proprio cuore è l'essenza dello Zen, cioè la pratica costante ed
ininterrotta dello zazen, della meditazione.
I seguaci dello Zen credono
che questa dottrina trascendentale sia rimasta nella mente di Buddha, il quale
non volle predicarlo apertamente, ma la trasmise senza parole ad un solo
discepolo e da questi ad un suo discepolo sino ad arrivare a Boddhidarma.
Il motto dello Zen non si
distacca da quello di Buddha: fai il bene, evita il male, purifica il cuore.
S. Agostino dice: "Tu mi eri
vicino; sospiravo e tu mi sentivi; brancolavo e tu mi guidavi; camminavo per le
vie larghe del mondo e Tu non mi abbandonavi". Si potrebbe intravedere lo stesso
concetto nella poesia di Bunam, maestro Zen del XVII secolo, in quanto 'divenire
un uomo morto' equivale a trovarsi nello stato del vuoto mentale ed arricchire
la propria interiorità, 'essere in comunione diretta con il grande inconscio',
amare Dio: "Mentre vivi sii un uomo morto, completamente
morto ed agisci come ti pare e tutto
bene".
Uchiyama asserisce che nella
ricerca della verità i comportamenti pratici sono molto più importanti delle
teorie che si professano con la bocca.
Il massimo esponente dello
Zen cinese fu Hui Neng, sesto ed ultimo Patriarca cinese; dopo di lui lo Zen
penetrò in Giappone nel secolo XII.
Sebbene non sia stata la
sola scuola buddista a svilupparsi in Cina ed in Giappone, lo Zen è certamente
stata una delle più rigorose ed una delle più fiorenti; la sua sopravvivenza è
dovuta al fatto che non è rimasta qualcosa di estraneo alla cultura cinese, ma
si è trasformata, nel corso dei secoli VI e VII, in una espressione
autenticamente cinese dello spirito buddista.
La Cina ha impresso allo Zen
due caratteristiche notevoli:
1) Benché Buddha proibisse
la metafisica tacciandola come eresia, tutte le sette buddiste crescente in
India svilupparono sistemi filosofici, essendo l'ambiente dell'India, di quel
periodo, estremamente speculativo. Lo Zen, in Cina, dimostra una diffidenza
verso la filosofia e verso ogni processo intellettuale: esso cerca di
oltrepassare l'intelligenza e di raggiungere direttamente la realtà;
2) Altra caratteristica
dello Zen cinese è l'importanza del lavoro manuale nella vita dei monaci cinesi.
Siccome nessun processo intellettuale può condurre al satori, la
meditazione Zen consiste nella eliminazione dalla mente di tutti i concetti
intellettuali e tenerla assolutamente libera affinché l'illuminazione si
verifichi.
Passato dalla Cina in Giappone, il monachesimo Zen è rimasto sino ad oggi, in due grandi correnti, Rinzai e Soto. Lo Zen della Scuola Rinzai fu introdotto dalla Cina dal monaco giapponese Eisai (1131-1215). La diffusione dello Zen in Giappone formò il carattere delle classi aristocratiche e militari, con il codice cavalleresco, il Bushido. "Anche altre discipline artistiche, come l'Ikebana o Via dei Fiori, la Cerimonia del Tè, la calligrafia, la poesia trovarono la loro fonte d'ispirazione nello zen".