BODDHIDARMA

 

                                                                                                                                                     Buddha

                                                                                                                                                     Buddhismo 

                Il monaco indiano Boddhidarma (Ta Mo in cinese, Duruma in giapponese) figlio del re Sugunda, 28° Patriarca Buddhista e seguace della Scuola Mahayana, alla morte del suo maestro Prajnatara andò in Cina.

                Egli si allomìntanò dall'India perché aveva notato che il buddhismo era divenuto una etica rituale ed aveva perso la sua connotazione di novità. Si pretendeva di arrivare all’Illuminazione attraverso l’osservanza pedissequa dei gesti di Buddha, quasi avessero una connotazione magica. Non vi era libertà di azione, ma si era ricaduti nello sterile muoversi attorno ad idee prefabbricate dall’uomo stesso. Buddha aveva insegnato la sua dottrina perché l’uomo si rendesse libero, ed ecco che l’uomo, avvalendosi di quella dottrina, si rendeva prigioniero del proprio mezzo di libertà.

            Giunse nel 520 d.C. e fu ricevuto dall’imperatore Wu DI della dinastia Ling, ma rimase deluso dal buddhismo praticato alla corte cinese.

            Fu allontanato dall’Imperatore in quanto la dottrina propugnata da Boddhidarma, basata sull’uguaglianza degli uomini e sul rispetto assoluto della vita, era malvista presso la Corte Imperiale. Non potendo essere allontanato dalla Corte, in quanto la sua figura era molto famosa, fu invitato a recarsi presso i Monasteri Shao Lin (Sho rin iin giapponese).

    Egli fu il ventottesimo nella linea di successione e trasmise l'insegnamento di Buddha al cinese Eka e da allora la trasmissione continuò da un Patriarca ad un altro. Dal Patriarca Eno si ebbero due discepoli: Nangaku Egio e Seighen Gyoshi

            La tradizione vuole che a Shao Lin Boddhidarma abbia fondato una scuola impostata sulla meditazione: Dhyana in sanscrito, Ch’an in cinese, Zen in giapponese.

Si narra che un giorno un monaco cinese, di nome Shen Kuang, si recò da Boddhidarma per essere ricevuto. Tuttavia, Boddhidarma non acconsentiva a riceverlo per cui il monaco si mise ad attenderlo fuori nella neve. Solo allora Boddhidarma lo ricevette e Shen Kuang gli chiese di potere essere considerato suo allievo. Boddhidarma replicò che tremende sarebbero state le prove per lui, come per tutti gli uomini che avrebbero provato a cimentarsi in questa. infatti, il risultato finale sarebbe stato raggiunto solo con grande perseveranza e determinazione.

Allora Shen Kuang si troncò il braccio sinistro con una spada e lonpose di fronte a Boddhidarma; solo allora fu accolto come un allievo. Può sembrare che Boddhidarma abbia un atteggiamento sprezzante, tendente ad umiliare il monaco; tuttavia, il suo modo di agire racchiude il proposito di sondare i sentimenti del probabile allievo, la forza del suo proposito. Solo quando è sicuro del sentimento di Shen Kuang lo accoglie e quindi lo riconosce degno di avvicinarsi alla sapienza. Anche se questa storia non fosse reale possiamo trarre delle conclusioni: - Shen Kuang ha sbagliato a tagliarsi il braccio, in quanto Boddhidarma non lo aveva richiesto; - Shen Kuang ha peccato di superbia in quanto credeva di non dovere dimostrare la sua capacità di meditazione; - Shen Kuang non ha compreso cosa fosse lo Zen; - Shen Kuang riteneva che lo stare in zazen faceva di lui un maestro Zen; - Boddhidarma sembra sordo ai richiami ed alle richieste di Shan Kuang: tuttavia, egli non è nulla di tutto questo; - egli sonda l’animo del possibile allievo; - Boddhidarma aveva compreso l’animo del monaco ed aveva visto in lui la superbia per cui era restio ad accoglierlo.

Una nota storica: Boddhidarma adotta un sistema usato dai monaci Shao Lin per saggiare la volontà di chi accorreva nel Tempio per essere accolto dai monaci. I bambini venivano lasciati tre giorni fuori del tempio per essere osservati dai monaci; inoltre, venivano tentati con giochi e dolci e solo chi rimaneva al suo posto era accettato nel Tempio.

Ricordiamo come Boddhidarma andò ad insegnare il suo Zen presso i monaci Saho Lin dopo che era andato presso la Corte Imperiale della Cina.

Ciò che conta effettivamente nello Zen è l’esistenza ed il desideio veritiero di avvicinarsi alla verità e di potere realizzare la verità. Shen Kuang cerca di arrivare a Boddhidarma per raggiungere la verità; Boddhidarma aveva indicato l’impossibilità di trovare la verità al di fuori di noi stessi; però, Shen Kuang lo implorava di aiutarlo a trovare la pace. Boddhidarma con l’indicargli l’impossibilità di ottenere una risoluzione dall’esterno aveva già iniziato il suo compito di maestro. Su insistenza di Shen Kuang, Boddhidarma gli indicò la via per alleviare le pene, ma non indagò sulle sue vicende passate, sui suoi errori, sulle sue esperienze personali, ne indagò sulle sue vicende odierne; invece di fare tutto ciò, Boddhidarma rispose: " manifesta la tua mente-corpo ed io pacificherò con te". Quindi, Boddhidarma lancia subito ciò che può rappresentare un suo insegnamento: "Non bisogna presentare un qualcosa che pure può rappresentare un problema, ma se stesso come portatore del problema".Quindi, "non è l’ego ad avere un problema, ma è l’ego stesso il problema".

 

            Insegnò inoltre ai monaci degli esercizi di respirazione (chi kung) e di ginnastica per fortificare il loro fisico, messo a dura prova da pesanti sedute meditative in zazen. Secondo la leggenda insegnò anche una lotta, avendo, egli, fatto parte della casta dei guerrieri ksatryia, che con il tempo fu perfezionata ed arricchita grazie anche al contributo di altri monaci ed esperti dell’arte marziale che si recavano in Shao lin per la crescente fama del luogo. Per Boddhidarma le arti marziali (Wu-shu, ossia "arte della guerra") servivano come rafforzamento del corpo, ma servivano specialmente al perfezionamento personale e spirituale del praticante: Wu costituiva la virtù marziale. La sua primitiva forma di lotta si chiama Shorijin Kempo.

           Certamente i monaci Shao Lin già praticavano un loro tipo di arte marziale, ma l’ingresso della cultura indiana fornì il substrato necessario per una valenza morale, non permettendo che la pratica degenerasse in una disciplina violenta.

            Nel 621 il principe Li Shimin, fatto prigioniero dai soldati del generale Wang, fu liberato da un gruppo di monaci Shao Lin; come ringraziamento, una volta divenuto imperatore, ricompensò generosamente i monaci, permettendo di addestrare militarmente alcuni religiosi: nacquero così i monaci guerrieri, che si esercitarono specialmente nel combattimento a mani nude, ma non disdegnando l’uso delle armi.

             I tanti metodi di lotta nati in Cina si sono sviluppati lungo due direttrici.

            1) la prima prende il nome di nei-chia, insieme di stili interni o morbidi di combattimento. Il principale di questi stili è il tai-chi-chuan, la cui base spirituale è data dall’I Ching. Gli stili morbidi svilupparono il concetto taoista del wu-wei, la "non azione": è la capacità di dominare le circostanze senza opporvisi, che consente di sconfiggere l’avversario cedendo apparentemente al suo assalto per neutralizzarlo con movimenti per lo più circolari, rivolgendo contro di lui la sua stessa forza. Il Tao (Do in giapponese) si fonda sui due principi complementari Yin e Yang: nessuno dei due può esistere senza l’altro.

          Nel XIII secolo, un prete taoista Chang Sanfeng, considerato il padre del tai-chi.chuan concentrò l’attenzione sull’energia interiore che può manifestarsi all’esterno anche nelle persone meno prestanti.

           2) l’altra direttiva è data dagli stili esterni o duri che si basano sull’idea della forza data in linea retta.

        Gli stili esteriori più facili da comprendere furono esportati nelle altre regioni dell’Oriente, dove divenne tak-wondo in Corea, karate-do in Okinawa; gli stili morbidi generarono lo Ju-do e l’ai-ki-do in Giappone.

        L’immediatezza dello Zen che puntava sull’intuizione (contrapposta all’erudizione libresca) e sull’imperturbabilità si adattava bene alla mentalità semplice del guerriero giapponese. Lo zen si innestò sulla religione autoctona, lo shintoismo e costituisce l’etica del bushi-do, il codice d’onore del samurai.

        Dopo la battaglia di Sekigahara, nel 1600, si instaurò un lungo periodo di pace instaurato da Ieyasu Tokugawa, e questo portò alla disoccupazione di molti samurai: alcuni di questi iniziarono uno studio particolareggiato sull’uso delle armi e del combattimento a mani nude. A differenza del periodo precedente in cui le scuole erano gestite dai clan, ora si aprono scuole aperte a tutti. L’uso strategico del corpo umano portò questo a livelli elevati di maestria e si formò il bu-do: tramite l’Arte marziale si tendeva a raggiungere anche un livello spirituale.

   Nel sud della Cina queste forme di lotta si unirono a forme di lotta provenienti dalla vicina Okinawa; da qui si spostarono in Giappone finchè divennero sempre più frequenti i contatti tra il sud della Cina, il Giappone ed Okinawa.

    Ad Okinawa si formò una serie di forme di Scuole di Arti Marziali, che nell'insieme dettero vita all'Okinawa-te, Agli inizi del 900 un maestro Gikin Funakoshi ideò un tipo di lotta che chiamò Kara-te per contrapporlo al Kobudo, Arte Marziale che prevede l'uso di armi, e chiamò questa forma di kara-te Shoto-kan in quanto praticato in una casa (kan) della città di Shoto. Un suo allievo portò avanti lo studio sul Karate ed ideò una forma di Karate basata sulla morbidezza dei movimenti e della velocità di spostamento del corpo, il Wado Ryu.

   Il resto è storia dei nostri giorni.