CONDIZIONE UMANA E

 ZEN DO ISHI

 

                                      PRESENTAZIONE

 

    Parleremo ora di alcune conseguenze cui va incontro l'uomo che non medita, che non pensa, che si lascia "pensare" dagli altri e che permette all'uomo non pensante di fare pensare altri al posto suo: la magia, la superstizione, ecc. fenomeni contro coi combatte da sempre la Scuola di Meditazione ZEN DO ISHI nella figura del suo maestro.

    Con il termine religione s’intende una dottrina che contiene tre concetti: - concetto dell’esistenza di un Dio creatore; - concetto di creatura; -concetto di una assoluta dipendenza della creatura nei riguardi del creatore.

    La religione non può essere pensata come una conoscenza speculativa di una realtà, in quanto in questo caso sarebbe uno studio o una riflessione filosofica; la religione è il riconoscimento del legame ontico (cioè proprio dell'essere)ed esistenziale dell’uomo con la divinità.

    La religione impegna e coinvolge l’uomo nella sua totalità, individuale e sociale, e per questo motivo investe tutti i livelli umani: intelligenza, sensibilità, fantasia, volontà.

    Il problema nasce quando l’uomo ha una visione distorta di Dio; Dio non è come noi vorremmo che fosse, né noi possiamo convertire Dio in un oggetto della nostra persona come se fosse uno strumento al nostro servizio ed in dovere di soddisfare le nostre esigenze.

    La ragione fondamentale della religiosità innata dell’uomo è data dal suo essere creaturale e, quindi, dal suo dipendere necessariamente da Dio. Questo Dio si deve conoscere attraverso una via razionale illuminata dalla fede. L’uomo è religioso in virtù della razionalità; è grazie a questa che l’uomo può giungere a conoscere Dio e, collaborando alla grazia, di giungere a Lui.

    Tuttavia, non tutti gli uomini riconoscono questo legame con Dio così fra le conseguenze più disastrose per l’uomo va ricordato l’ateismo..

    Con questo termine di designano fenomeni assai diversi tra loro; non è compito di questo elaborato trattare dell’ateismo, ma potrebbe essere facilmente dimostrato che non esistono veri atei, cioè persone che vivono senza Dio. L’uomo, per sua natura, non può vivere senza Dio, per questo se Lo nega si scolpisce l’immagine di un idolo. Quest’idolo non deve essere necessariamente quello che noi comunemente riteniamo come tale, ma può essere tutto ciò che noi poniamo al posto di Dio, come la Ragione, lo Stato, la Libertà, il Partito, la squadra del cuore,ecc.

    Si sviluppano, in tal modo, delle forme religiose derivate, le quali, in alcuni casi, convivono ai margini di una religione.

    L'uomo è essenzialmente religioso ed ognuno si fabbrica la propria religione. Anche l'ateo è religioso e la sua religione è l'ateismo. Freud affermava che anche il nevrotico è religioso e la nevrosi è la propria religione. Si parla spesso di idolatria quando si pone come ideale da raggiungere una qualità o, più spesso, un vizio dell'uomo. 

    Tutte le religioni stanno vivendo un momento di crisi in quanto questa società pluralista può permettere all'uomo di appropriarsi di una religione di cui ha sentito parlare, ma prendendo di questa solo ciò che gli interessa. E' il caso, ad esempio, del buddhismo che vive un momento di gran moda, ma è spogliato di tutto il suo cammino ascetico e si vagheggia un generico ideale di pace interiore senza arrivare al nocciolo del buddhsimo stesso. Il mio maestro un giorno mi disse che si diventa pessimi buddhisti dopo essere stati cattivi cristiani.

    Si vive in un mondo caratterizzato dal fenomeno del secolarismo, dove l'uomo non è ateo, ma vive come se lo fosse. Si vive per il mondo e non nel mondo. E' il mondo che ci guida, e le conseguenze sono: stress, insonnia, noia, aumento del tasso di suicidi, di persone che fuggono senza una meta per ritrovarsi, ecc.

    MAGIA

    S’intende per magia la credenza in una forza quasi impersonale, concentrata in alcuni oggetti, riti, ecc. L’uomo si avvale di questa forza per indirizzarla, usando certe "arti", per il raggiungimento di obiettivi umani e materiali, non perseguibili con le semplici forze umane. La magia crede sempre nel mana (termine melanasiano che indica una forza misteriosa, attiva, diffusa, totalmente distinta dalla materia, presente in alcuni individui, oggetti, nelle anime dei morti). La fede nel mana tende a convertire in idolo, in essere dotato di capacità sovrumana, qualsiasi animale, statua, reale o raffigurata, dipinta.

La magia è detta "bianca" o "nera" a secondo che la sua applicazione produca effetti benefici o malefici per un individuo. La magia viene vista, inizialmente, come una reazione sentimentale parossistica diretta a convertire i desideri in realtà, per cui l’uomo in tale stato tenderebbe a superare psicologicamente i confini spaziali e temporali dell’azione. Tale reazione porterebbe l’uomo a giungere ad azioni impossibili da compiere nelle situazioni normali, come ad es. i trance estatici. Con il trascorrere del tempo queste situazioni anormali si sono convertite in riti; sarebbe nata così la magia ritualistica, professionale, esercitata da maghi professionisti.

    Il rito magico sembra constatare di quattro parti: a) invocazione del potere superiore con il suo nome proprio; b) il rito sacrificale; c) l’atto magico vero e proprio, dove si attua il rito, il quale deve essere perfetto perché vi sia il successo. Si arriva così al paradosso che il fattore più importante dell’atto magico non è la disposizione interiore dei partecipanti ai riti, né la forza dell’entità o dello spirito guida evocati, ma l’adesione pedissequa al rito; d) liberazione dalle forze o spiriti evocati.

    Proprio perché la magia s’inserisce nella storia del sacro, non ha mai cessato lungo i secoli di affascinare e terrorizzare gli uomini, scatenando adesioni incrollabili e persecuzioni feroci (basti pensare alla "caccia alle streghe"). Il tardo illuminismo e la rivoluzione francese dettero un colpo decisivo alla persecuzione contro le streghe, anche se si cadde nell’eccesso opposto: non c’era più posto nella società per il soprannaturale e si poneva sullo stesso piano magia, religione, e fenomeni occulti in genere.

Sotto il profilo morale, la pratica della magia è un vero abuso della credulità delle persone attuata solamente per spillare denaro. Bisogna sempre ricordare che simili pratiche sono sempre e assolutamente inefficaci; se talvolta accade che avvenga ciò che si richiede nella pratica, ciò succede non per la pratica in sé stessa, ma per altri motivi, come l’autosuggestione, la coincidenza, ecc.

SUPERSTIZIONE

Con il termine superstizione, in genere, viene indicato un complesso di fenomeni caratterizzati da una valenza negativa per quanto riguarda la concezione religiosa dominante. Vi rientrano tutti gli elementi di religiosità, ad es. pratiche, devozioni, gesti, riti, comportamenti profani cui viene attribuita un’implicita funzione religiosa o parareligiosa, che, opponendosi alla religione ufficiale hanno dato vita ad una dimensione parallela e latente, ritenuta sempre pericolosa ed in grado di contaminare la verità e la pratica ufficiale.

E’ da considerare come la stessa religione cattolica sia stata considerata superstiziosa dalla confessione protestante in molti aspetti di ritualità sacramentale, del culto dei santi e delle immagini, di credenze varie.

E’considerata superstiziosa la stessa religione rivelata da coloro che praticano una religiosità naturale o teista. Infine, è la stessa religione che viene considerata superstiziosa da coloro che professano una concezione ateistica o per le forme di pensiero razionalista, positivista.

Si può dire che la superstizione, giudicata da un punto di vista religioso, snatura sia i fini che i mezzi offerti dalla religione ortodossa. Se la manipolazione riguarda il fine si ha un travisamento della realtà ultima ed essenziale del rapporto religioso e si equivoca e si falsifica la natura intima del sentimento religioso. Di conseguenza si ha un’alterazione dei mezzi religiosi nei quali si manifesta il sentimento religioso e si deforma il rapporto giusto che si dovrebbe avere con la religione.Attualmente ci si fonda su una distinzione fondamentale fra due classi di superstizione: quelle cultuali o religiose e quelle non cultuali o profane .

La classe delle superstizioni cultuali viene articolata in due specie distinte: quella del culto reso a false divinità (idolatria) e quella del culto indebito al vero Dio. A sua volta quest’ultima è distinta in due sottospecie, in quanto il culto indebito può essere ritenuto sia un culto falso, sia un culto superfluo. Superstizioni non cultuali sono i fenomeni della magia, della divinazione e delle vane osservanze.

Questa classificazione si esplica specialmente in un contesto cattolico; già agli albori della Chiesa si parlava di superstizione, usato per indicare il culto idolatrico; sarà s.Agostino ad allargare la valenza semantica del termine, che arriverà ad indicare tutte quelle forme devianti di religiosità presente nell’ambiente cristiano, come i comportamenti religiosi ispirati da timori immotivati o da paure o da scrupoli. Se l’idolatria è culto negato a Dio e reso a creature, allora ogni forma di religiosità impropria potrà essere considerata come posizione di un culto reso più alle creature che a Dio e quindi come posizione di culto idolatrico. La contraffazione superstiziosa della vera fede e del vero culto sarà ricondotta a due elementi decisivi: la componente di falsità e quella di eccessività. La superstizione contraddice ogni esigenza di ragionevolezza perché si fonda sulla pretesa di dare a Dio un culto che in realtà è capriccioso e bizzarro; superstiziose sono, allora, tutte quelle pratiche inconsuete ed eccentriche; le forme devozionali affettate e sconvenienti; le manifestazioni di pietà stravagante; le ripetizioni inutili di gesti, riti, preghiere; l’osservanze meticolose e l’esecuzione scrupolosa di riti sacramentali, di formule, di esercizi morbosi di penitenza, ecc.

La riflessione cristiana, oltre ad interessarsi delle superstizioni cultuali, si è impegnata nella fenomenologia delle superstizioni profane, in quanto anche quest’ultime rivestono un implicito significato religioso. Vengono distinte tre categorie fondamentali: magia, divinazione, vane osservanze. Nel contesto cristiano sono giudicati superstiziosi i fenomeni più vari: lo spiritismo (tentativo di comunicare con gli spiriti nelle sedute medianiche tramite la presenza di una persona in grado di "chiamare" gli spiriti, il medium), l’occultismo (complesso di tecniche ritenute in grado di mettere l’uomo in contatto con il mondo occulto), esoterismo (complesso di dottine iniziatiche proprie di certi gruppi o sette religiose), teosofia ed antroposofia (dottrine filosofiche-religiose che sulla base di conoscenze direttamente rivelate o acquisite offrono dei mezzi o delle tecniche per comunicare con la divinità o per accedere direttamente al mondo sovrasensibile), stregoneria (credenza nella capacità di fare intervenire potenze e spiriti maligni nelle vicende umane e naturali; vi si riconnettono malefici, incantesimi, sortilegi, esorcismi, scongiuri), astrologia (credenza che il destino dell’uomo sia scritto nelle stelle), necromanzia (tecnica divinatoria fondata sull’ evocazione dei morti e degli spiriti), uso di portare amuleti, oracoli, pentacoli (oggetti portafortuna in grado di allontanare forze nefaste e di attirare la fortuna nei vari aspetti della vita).

Freud dà una spiegazione psicoanalitica del fenomeno della superstizione. Per Freud questa si radica in fattori interni dell’uomo e nei processi psichici della rimozione inconscia; l’uomo metterebbe in opera un meccanismo di rimozione per cui si esimerebbe dalla sua diretta responsabilità e si libererebbe dall’angoscia insopportabile della decisione personale .La superstizione può essere vista da un punto di vista sociologico; in questo campo si sottolinea l’origine popolare del fenomeno e la sua collocazione negli strati sociali inferiori. Tale teoria troverebbe riscontro nella natura del fenomeno che si pone storicamente come rivendicazione di esigenze non soddisfatte del sistema dominante e dalla definizione religiosa ortodossa della realtà. Dal punto di vista della sociologia religiosa si afferma che la superstizione si radica in atteggiamenti che non riescono ad integrarsi nel contesto della religione ufficiale. Nei confronti, quindi, di una religione sempre più raffinata spiritualmente, la superstizione fa valere l’esigenza del concreto, del visibile, dell’immediato; essa si incarna in credenze, pratiche, gesti, riti che sollecitano risposte puntuali ai problemi del quotidiano. Da un punto di vista della religiosità ufficiale, il giudizio polemico sulla superstizione si fonda sull’opinione che essa si identifica con un complesso di atteggiamenti e di rituali pseudoreligiosi, di manifestazioni non purificate e non esprimenti una fede vera e matura; anzi manifestazioni spesso di segno contrario, cioè espressioni di incredulità vera e propria, atteggiamenti di miscredenza, manipolazioni e falsificazioni interessate dei fini e dei mezzi religiosi. L’atteggiamento di difesa e di controllo nei confronti degli elementi devianti varia secondo gli elementi superstiziosi.

Se, come avviene spesso, si tratta di un uso indebito di elementi religiosi, per sé leciti, o se si tratta di osservanze vane ma leggere e superficiali l’atteggiamento ufficiale può farsi elastico, comprensivo, e può tendere anche alla purificazione mentale degli atteggiamenti o alla correzione degli usi impropri ed arbitrari dei mezzi religiosi.

Da un punto di vista antropologico ogni fenomeno di superstizione è una risultante della sovrapposizione progressiva di diversi sistemi religiosi. Superstizioni sono allora definite quelle residue di religiosità perdente che tuttavia nessun’emarginazione culturale non può mai totalmente distruggere, che sono perciò sempre presenti, vitali e pronti ad emergere, in vario modo, entrando in conflitto con il sistema religioso ufficiale.

La genesi di queste forme superstiziose viene interpretata come dinamica di regressione culturale e, a livello logico, come rifiuto di razionalizzazione, come incapacità di tentare un’analisi critica della realtà .

Un’esperienza autenticamente religiosa consiste in un rapporto sincero dell’uomo con Dio. Tale rapporto deve impegnare l’uomo nel senso più profondo ed intimo del proprio essere. Questo senso religioso della vita si esprime negli atti della religione, i quali rappresentano i segni espressivi della religione. Questi atti ci dicono dell’autenticità dell’esperienza religiosa, anche se questa non potrà mai esaurirsi nel gesto che la esprime. Esistono forme immature di vissuto religioso che portano a forme di sacralità inautentica, che non hanno nulla a che fare con le vere e genuine forme di esperienze religiose.

L’uomo attuale vive in un tempo caratterizzato da falsi idoli, come il progresso, il successo, il vivere per come si appare e non per come si è; si è pensato più al concetto dell’avere che dell’essere. Siamo per ciò che abbiamo e non per ciò che si è in sè stessi.

Questo mito dell’apparire, della fretta, del riuscire ad ogni costo ha portato l’uomo a considerarsi come non soddisfatto del proprio essere se non si risponde ai canoni del tempo attuale.

L’uomo, si è detto, ha fretta di riuscire e cosa c’è di più veloce della magia per riuscire in un campo? Non ci si domanda più neanche se si è effettivamente portati per ciò che si sta facendo; il non riuscire in un campo può dipendere unicamente da una mia incapacità e non da forze avverse, che io devo piegare alla mia volontà.

Affine al concetto di magia rientra quello di superstizione in quanto vi è un’idea sbagliata di Dio. Si pensa a Dio come ad un essere capriccioso che possa cambiare la propria volontà grazie ad un rito, a delle preghiere.

Da un punto di vista psicologico l’atteggiamento superstizioso ha come radice il senso di insicurezza, di timore, di incapacità ad affrontare la realtà. Questo timore e quest’incapacità sono proiettati nella concezione della divinità in genere, dando origine ad una forma erronea e deviante di religiosità che corrisponde al bisogno religioso di sicurezza o alla necessità di neutralizzare sentimenti di angoscia e di frustrazione, disturbi psichici di adattamento, manifestazioni di immaturità.

Lo Zen classico, lo Zen Do Ishi, le forme di pensiero "veritiere", una forma religiosa sincera, una profonda meditazione, sono le cure più sicure contro la superstizione, la magia, il culto idolatrino che allontanano l'uomo dalla sua essenza che è la libertà.

Ognuna di queste forme imprigionano l'uomo stesso in una cella dove l'uomo è preda di tutto ciò che è esterno a lui e non è più lui a muoversi, ma le sue paure, le sue contraddizione: così agendo, l'uomo butta via il suoi bene più prezioso, la via sicura per assicurarsi il nirvana, la pace interiore.

 

L'Ego

L'ego che appare nel periodo di età compreso tra i due ed i cinque anni ci mostra un "ego" è conscio della propria esistenza: è divenuto un ego consapevole.

Tale consapevolezza, che possiamo chiamare "consapevolezza di sé" si esprime come affermazione di sé, cioè l'Ego o l' "Io". Il bambino inizia a comprendere ciò che è suo da ciò che non lo è, da ciò che è lui rispetto da ciò che non è lui. L'ego diviene discriminante, in quanto arriva a discriminare, a distinguere da ciò che è altro da sé.

Questo porta a dire che l'affermazione di sé implica una biforcazione di sé: io e l'altro che non è "io". Si parla sempre in termini di "io", sia in senso positivo (ad esempio: anche io ho quel giocattolo, il mio giocattolo è più bello del tuo, anche se è identico, io ho più figurine, mio padre è più importante del tuo, ecc.) sia in senso negativo ( l'altro esiste solo per comprendere quanto io valga; l'altro deve rispondere alle mie necessità.)

Quando nelle persone sorge la coscienza dell'ego nasce anche la soggettività, cioè essere ciò che si è: si comprende la propria realtà di esistere (è il periodo in cui i bambini iniziano a porre le prime domande). E' proprio grazie al sorgere della soggettività che l'esistenza perviene ad essere esistenza umana e non a livello animale (istintuale): l'uomo non solo è, ma prende coscienza di essere.

L'ego come soggetto ha varie caratteristiche: - è consapevole di sé, nel senso che conosce ciò che si è; - incontrando e riconoscendo la soggettività degli altri, ciò che gli altri sono, può imparare a controllare, a disciplinare se stesso divenendo persona equilibrata; - possiede un mondo, il proprio ed è consapevole del proprio mondo; - può, nella libertà della propria soggettività superare e trascendere il suo mondo (magari chiudendosi in un proprio mondo fantastico), o può uscire fuori di sé e partecipare alla soggettività di un altro, in amicizia, in amore, in compassione; - può esprimersi in vari modi, come, ad esempio, in una qualche attività; - può possedere un oggetto, affezionarsi ad un'idea, ad un oggetto, ad un personaggio. Pertanto l'ego nella sua soggettività possiede se stesso ed il suo mondo; può elevarsi al di sopra di esso. Questa è la grandezza dell'ego nella coscienza dall'ego.

L'ego potendo possedere un oggetto, un'idea può finire di dipendere dall'oggetto, dall'idea, di essere condizionato o di essere inibito da esso. Se l'ego finisce con il dipendere dall'oggetto non potrà mai essere completamente se stesso: l'angoscia relativa alla morte scaturisce dalla possibilità che la vita possa terminare prima che si sia raggiunta una risoluzione del problema; l'angoscia relativa alla vita scaturisce dalla necessità di risolvere questa contraddizione.

Il piccolo dell'uomo, al centro dell'attenzione dei grandi, avverte in se stesso la popolarità, il successo; identificandosi con questi contenuti l'ego concentra la propri attenzione esclusivamente su di essi e sulla concezione di se stesso che tali contenuti gli propongono. In questa fissazione l'ego cade facilmente preda della grande illusione dell'egocentrismo.

Nella costante ricerca di se stesso, ma tuttavia sempre autoeludendosi, l'ego finisce per essere frustrato. Ma per quanto si possa essere ricchi sia in prestigio, sia in denaro, sia in personalità, non si riesce mai a possedere pienamente se stessi.

Pur nella espressione di una genuina soggettività (es. dedizione all'amore, ad un ideale, ad un compito) si rimane dipendenti dall'oggetto particolare che è l'elemento di tale espressione. Es. l'amore, l'ideale, ed il compito. L'ego non potrà mai essere un soggetto libero se cercherà di conquistare la propria libertà e realizzazione legandosi ad un oggetto.

L'ego immaturo è quell'ego che non si libererà mai dalla propria fanciullezza, per cui, ad es. l'altra persona servirà solo a soddisfare il proprio ego, a fare riconoscere il mio senso di onnipotenza, di bravura. E' il caso delle persone che hanno molte avventure, e tutte a livello fisico, ed ogni volta ritengono che quel rapporto sia il rapporto che durerà tutta la vita. Siamo in pieno nel campo della immaturità. 

Si portano gli studi all'infinito per non intraprendere la propria vita. Non si vive più in compagnia, ma in "branco"; ci si sente forti solo se si vive come la società vuole, e così, per sentirsi "unici" si finisce per vivere come in un branco di animali in cerca della loro preda.

Si rimane vittima dei loro sogni e si vagheggia una imprecisata età dell'oro (età degli antichi  che segue l'età del ferro e del bronzo, età di guerra, mentre l'età dell'oro è un età dove regna la pace e la ricchezza per tutti). Pensiamo all'età dell'Acquario della New Age, all'età del partito (di qualsiasi tipo purché totalitario) che dovrà venire per portare la pace ed il progresso in tutti i popoli. Pensiamo a tutte le persone che vagheggiano un ritorno all'età del passato :"si stava meglio negli anni..."; pensiamo, per chi ha vissuto quell'età, il tempo degli hippyes dove si sognava un età dove vi fosse solo pace ed amore (love and peace era il loro motto), ed invece regnava solo droga ed illusione. 

Si sogna un viaggio, che forse non si farà mai in un posto lontano come meta definitiva del proprio viaggio.

Allora si accende la rincorsa verso il bene effimero, visto che il bene duraturo non esiste; si corre verso il successo, il denaro, tutte cose che danno il "delirio di onnipotenza"; ecco il ricorso alle droghe per sentirsi liberi; ecco il ricorso ai santoni che ci legano a loro, ma, noi pensiamo, ci liberano dai mali del mondo. 

Ecco la ricerca di religioni del nulla, che non esistono perchè non parlano di nulla, come la New Age, la Next Age, Scientology, il buddhismo occidentale, lo Zen annacquato e reso irrisorio. Finchè l'uomo non imparerà che la felicità è ricerca della propria libertà e libertà significa vivere la propria vita, essere gli attori principali, anche se con una piccola parte nel teatro della vita, l'uomo vivrà senza mai comprendere che sta sprecando un dono prezioso, il più prezioso, la propria vita.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                

Si chiede un po' di pazienza per questa pagina, non è ancora stata completata; verrà riempita

volta per volta seguendo le indicazioni degli allievi della Scuola di Meditazione e di quanti coloro

aiuteranno, attraverso consigli, richieste ed altro, a completare tale pagine.

Gashho'