INDUISMO
Nonostante
le diversità dei popoli, le posizioni dei "mondi", i conflitti delle
potenze, le opposizioni ideologiche, la rivalità delle popolazioni spacciate
per guerre religiose, l'umanità è molto più unita oggi che in periodi
precedenti; ogni parte del mondo è legato in molti modi ad ogni altra parte del
mondo e nessuna cultura rimane i
solata .
Le
varie religioni si sono avvicinate anche se perdurano guerre religiose in varie
parti del mondo. L'uomo dovrebbe sforzarsi di liberarsi dall'orgoglio e dai
pregiudizi per avvicinarsi alle altre religioni, non per formare una religione
sincretica, ma per evidenziare con rispetto gli elementi più autentici di ogni
tradizione per apprezzare con rispetto i multiformi interventi di Dio nella
storia di ogni popolo
L'India merita in pieno l'appellativo di "patria delle religioni" in quanto non solo vi convergono le religioni più diverse, e non solo quelle indigene, ma anche quelle introdotte dall'esterno come l'islamismo, l'ebraismo e lo zoroastrismo.
Si ha sempre l'impressione, visitando l'India, che questa sia un paese essenzialmente religioso. Si tratta di una religiosità che ha un grande rispetto per tutto ciò che è sacro, come il suolo, le montagne (considerate forme aniconiche di Siva), i mari, gli alberi, ecc. In India, tutto è sacro e l'uomo indiano manifesta il suo rispetto per la sacralità della natura con il gesto dell'anjali, che oggi si esegue congiungendo semplicemente le mani dinanzi al volto, ma che in origine consisteva nel tenere dinanzi a sé le mani affiancate con le palmi rivolte in alto in modo da formare una coppa
Degli attuali, il popolo indiano è forse quello più permeato di senso religioso, ed intorno al senso religioso ruotano tutte le attività della società indiana.
La mentalità indiana è sempre stata recettiva nei confronti di elementi eterogenei; l’induismo in particolar modo sembra disposto ad accettare tutte le verità di qualsiasi civiltà o religioni esse siano. Proprio per questo motivo, nell’induismo appaiono concomitanti elementi altrimenti contraddittori, come politeismo (credenza in più divinità), enoteismo (credenza in due divinità, spesso contrapposte, come un dio buono ed un dio cattivo), monoteismo.
In
maniera
semplicistica gli studiosi occidentali dividono la grande tradizione religios dell'India in tre fasi: - Brahmanesimo; induismo vero e
proprio; vedismo.
Religione Induistica
L'Induismo una tra le più grandi religioni del mondo, antica di circa 4000 anni, non è frutto di un fondatore storico, ma dell'evoluzione graduale e della ricerca personale di molti saggi e maestri vissuti in India lungo i secoli. In realtà gli indù ortodossi non lo considerano un nome che lo identificano e preferiscono l'appellativo sanscrito Sanatanadharma, ossia la religione eterna che abbraccia sia il pensiero religioso-filosofico che la pratica comportamentale.
Essa si presenta non come una religione semplice, dettata dall'alto da una divinità, per cui non presentano tale figura, ma come un mosaico religioso composto da numerose sette e scuole appartenenti ad ogni livello di sviluppo, sia a livello più semplice sia a livello sublime, riuscendo ad adattarsi ad ogni categoria di uomini .
Il fulcro dell’insegnamento induista potrebbe essere visto in un codice elementare di condotta cui si deve aggiungere l’amore verso tutte le creature, la generosità, indifferenza per ciò che è apparenza.
Una loro credenza secondo la quale la divinità trascendente interviene direttamente ed attivamente nella vita e nella storia dei popoli ha permesso loro di appropriarsi di divinità a loro estranee. Questa divinità si incarna in esseri detti avatara (discesa), alcuni dei quali si conoscono come Krishna, Buddha, Gandhi..
Shiva è conosciuto come il principe degli Yogin (esperti di Yoga) e signore degli animali; le numerose divinità femminili legate alla vegetazione furono assorbite dalla teologia shivita con il nome di matrika (mamme) e di sakti (donna, moglie). Tale aspetto è presente nei Veda (libri sacri dell’induismo) come conseguenza dell’opera di assimilazione di elementi estranei alla propria religione celeste.
La parola sanscrita che indica casta è varuna che indica anche colore,e, quindi assume una connotazione razziale.
Suddivisione
in caste
L’India è stata terra di lenta
e progressiva infiltrazione da parte delle popolazioni indoeuropee (poste al di
là del Caucaso e del Danubio); il che spiega perché non si trovano reperti
archeologici che attestino tracce di violenti devastazioni. Sono sempre gli
ariani (popolazioni indoe
uropee) a vincere le battaglie o a prevalere nei
contatti con i dasya (popolazioni autoctone; nei libri Veda si descrivono
come coloro che hanno la pelle nera).
Si arriva, così, alla suddivisione in arya (etimologicamente nobile), quindi, ariani, indoeuropei, comprendenti le caste superiori ed i "non ariani". Di quest’ultimo gruppo fanno parte i sudra, i quali diedero origine ad una quarta casta composta da uomini liberi, ma privi di pieni diritti cittadini e politico religiosi; ne facevano parte anche i parya, i senza casta, gli intoccabili (attualmente sono circa 80 milioni). Di rango ancora più basso sono gli adhiwasi (gli aborigeni), posti non solo al di fuori delle caste ma anche di tutto il sistema indù.
Il raggrupparsi in professioni è stata una delle cause che ha portato gli ariani a dividersi in tre caste superiori, riflesso delle tre funzioni tipiche di ogni società: a) il potere spirituale, i bramini o sacerdoti ai quali aspetta il compito dei riti sacrificali, lo studio, l’insegnamento, la raccolta delle offerte private; b) potere temporale: i ksatriya o nobili e guerrieri, incaricati di proteggere le persone e di resistere agli invasori, di esercitare la carità e di evitare l’attaccamento alle comodità ed ai piaceri dei sensi; c)produzione dei beni economici: i vaisya, ai quali compete l’agricoltura, la pastorizia ed il commercio con esclusione di quelle professioni e di quei compiti che sono propri degli intoccabili (il becchino, lo spazzino, il lavandaio, tutte attività contaminatrici).
Al di sotto delle caste troviamo le sottocaste che in India assommano a più di tremila.
La casta,
quindi, è un gruppo corporativo chiuso, ereditario, con usi e costumi propri
riguardo al cibo ed al matrimonio che deve essere endogamico, cioè contratto con
quelli della propria casta; con ornamenti, abbigliamento, segni distintivi
particolari allo scopo di evitare ogni contatto indebito ed il conseguente
contagio socio-religioso.

Attualmente la credenza nelle caste non investe l’India, almeno a livello di costituzione, ma a livello di credenze, specialmente nei villaggi. L’anima si incarna in un corpo e ciascuno nasce in una determinata casta secondo il comportamento tenuto nelle vite precedenti. In questa casta vi rimarrà sino alla morte; se ad esempio un padrone desse la libertà ad un sudra (schiavo) questo rimarrà sempre un servo, in quanto la servitù è inerente alla sua stessa natura. Ognuno è obbligato a compiere con la massima perfezione possibile i doveri della propria casta; solo così il suo spirito potrà ascendere alla casta superiore sino a che, totalmente puro, non raggiungerà l’unione definitiva e felice con Brahman. In caso contrario, si reincarnerà in caste inferiori, come pure in animali.
Solitamente la mentalità occidentale ci porta a credere che più una casta è superiore, più vi sono dei diritti; gli indiani, al contrario, ritengono che più si è in alto nella gerarchia, più si è tenuti a compiere determinate azioni, ad osservare obblighi che ad altri non spettano, ma ai quali compete l’osservanza di quelli propri della casta di appartenenza.
Si è induisti per il fatto di essere nati da genitori induisti e come tali si è considerati anche se molte delle sue dottrine e delle sue pratiche non vengono più accettate.
Testi Sacri
L'induismo possiede alcuni libri sacri ben definiti come fonte principale di tutti i suoi insegnamenti ed usanze. Tali testi, scritti in sanscrito, sono divisi in due categorie: la rivelazione (s'ruti) e la tradizione (smrti). Le scritture considerate "rivelazione" sono i Veda, che sono ritenuti come il deposito delle verità eterne, trascendenti, infallibili.
Vi
sono quattro Veda: Rg-veda (particolarmente importante), Yajur-veda,
Samaveda e Atharva-veda.
Ogni Veda consiste in tre tappe distinte: Samhita o Mantra (collezione di inni, in gran parte in onore di varie divinità), Brahmana (testi liturgici che parlano di numerosi sacrifici e di norme che regolano il loro svolgimento) ed Upanishad o Vedanta (fine dei Veda), la parte conclusiva che contiene le speculazioni filosofiche e le intuizioni mistiche di alcuni veggenti antichi.
Tutte le altre scritture tradizionali sono ulteriore interpretazioni, illustrazioni, esemplificazione,
redazione popolare degli insegnamenti vedici.Il più famoso di questi testi è la Bhagavad-gita (Cantico del
Signore) considerato come il Nuovo testamento dell'Induismo .
La corrente Brahmanesima contiene ancora un testo, le Aranyaka, Testi delle Foreste, testi composti da eremiti con una forte accentuazione mistico-ascetica e con precisriferimenti a riti sacri.
L'induismo non offre una dottrina uniforme e coerente su Dio, ma varie visioni ed intuizioni, alcune delle quali semplici ed altre profonde. Il motivo è dato dal fatto che in ogni momento della sua storia l'induismo non ha mai abbandonato il suo passato primitivo, ma ha cercato di reintepretarlo alla luce delle sempre nuove esperienze ed intuizioni. Si parte da un politeismo naturalistico: nella prima parte dei Veda si rende culto a migliaia di dei, i quali, per la maggior parte, sono personificazioni dei fenomeni naturali. Alcuni veggenti antichi parlavano di una unica realtà che viene chiamata con diversi nome, dando una interpretazione monoteista o monista.
Durante
il periodo delle Upanisad (800-300 a. C) si raggiungono le intuizioni più
profonde riguardanti la natura del divino. In genere denominato Brahman o Atman,
esso è la Realtà auto-esistente che è origine e fine di tutto quello che
esiste.
Al vertice di questo pantheon troviamo una triade, la Trimurti o Triade divina: Brahma (da non confondersi con Braman) forza vitale e conservatrice dell'Universo; Shiva, la forza che distrugge ma anche che lo trasforma; Visnù, il conservatore e quindi la bontà del mondo.
Questa triade non può essere indicata come una forma politeistica, in quanto rappresenta la differenziazione funzionale della divinità suprema, la Grande Dea che abbraccia e trascende tutte queste forma.
A partire dal V secolo fiorirono due sette importanti, come il tantrismo ed il saktismo. Il primo è descritto nella letteratura tantrica, testi liturgici, rituali di teorie metafisiche e Yoga; può essere simboleggiata dai mantra (formule religiose da recitare metodicamente e scrupolosamente per quanto concerne la posizione del corpo, il ritmo, la melodia, il movimento). E’ più importante recitare con seria partecipazione ciò che si recita, che conoscere il significato delle parole. Il saktismo, invece, è segnato dal carattere femminile e tende a collocare la vertice del pantheon una sakti o divinità femminile ( la predominanza femminile ha finito per esasperare l’erotismo sessuale e le pratiche segrete). Brahman è considerato come la sostanza primigenia di tutto l’essere, il principio primordiale, impersonale,creatore, l’assoluto, la Totalità. A volte viene identificato con atman e nelle Upanishad più antiche si chiama Atman-Brahman .
Brahman è l’Unità. È l’Assoluto, è "ciò che è"; tutta la realtà contingente, anche l’uomo, è una emanazione di Brahman. Quanto più la realtà si allontana da "ciò che è", tanto più sono "ciò che la totalità non è". Lo spirito dell’uomo tende a tornare in seno a "ciò che è", ma tale unione\ si realizza solo dopo la morte, e solo dopo che l’anima si sia totalmente purificata.. Il fine dell’indù è la realizzazione, con le proprie forze, dell’identità del proprio spirito (atman) con lo Spirito, con la Totalità cosmica, con Atman-Brahman.
La dottrina dell'avatara è la dottrina della ripetuta discesa di Dio in forma visibile con scopo salvifico, generalmente designato come "incarnazione divina". Nell'induismo solo la corrente della bhakti, specialmente dell'ispirazione visnuita, insiste sull'avatara. Si riconoscono varie incarnazioni divine, alcune delle quali sono in forma sub-umana. Krisna, il dio incarnato, afferma nella Bhagavad-gita che nel momento e nel luogo dove vi è un declino della giustizia lui si manifesterà come avatara.
La concezione indù dell'uomo ed il suo destino è basata sulla credenza nella reincarnazione delle anima. L'uomo è essenzialmente una anima incorporata e la sua vita terrena è un Karma-samsara, ossia un ciclo continuo di nascita e rinascita, determinato dalla legge del Karma. La legge del Karma non è altro che quella della retribuzione secondo la quale ognuno deve subire necessariamente le conseguenze delle proprie azioni, buone o cattive che siano. La vita attuale, quindi, è conseguenza di quella anteriore e così via, indietro senza inizio. Così, la reincarnazione significa passaggio dell'anima, dopo la morte del corpo in cui è unita, ad un altro corpo determinato dal Karma. Inizialmente la dottrina del Karma era di tipo arcano, da mantenere segreta e diviene chiara con le Upanisad. Tra le varie giustificazioni che si offrono in favore della reincarnazione la più forte riguarda la spiegazione del problema del male, cioè delle disuguaglianze e delle sofferenze che si riscontrano nel mondo. Dio non è reo delle disuguaglianze, sociale e fisiche, che si riscontrano nel mondo, ma è lo stesso uomo che raccoglie il frutto di azioni passate .
Vita dell'uomo sulla terra
Abbiamo già accennato come la vita dell’uomo sulla terra può essere sintetizzata con tre parole:
samsare, Kama, Karma.
Kama ha
il significato di desiderio, cioè di un amore non ancora posseduto. Secondo
l’Upanishad-Br
hadaranyaka il desiderio dell’uomo spinge a compiere determinate
azioni, ed uno agisce in base a ciò che desidera, e l’uomo è ciò che
agisce.
Al kama segue il Karma o azione, che può essere buona o cattiva; a seconda di essa l’uomo sarà buono in misura maggiore o minore, con la conseguenza dell’esistenza in una determinata casta o la conseguenza reincarnazione in una casta inferiore o superiore. Solo chi è veramente saggio e totalmente puro si libera dalla legge del Karma e ritorna all’Assoluto per non fare più ritorno al mondo nel ciclo del samsara.
Il samsara è una sorta di viscosità che lega ed impantana lo spirito umano al maya, a ciò che è apparenza in quanto emanazione di Brahman. Per disgrazia propria l’uomo si lascia sedurre dal maya (mondo dell’illusione che ottenebra la mente dell’uomo. E’ l mondo dell’uomo dopo che questo si è allontanato da Brahman), vincolandosi ad esso, ed il samsara non rappresenta altro che il legame soggettivo, umano con il maya. L’uomo riuscirà a raggiungere la salvezza solo quando spezzerà i fili che lo legano al maya
L’indù possiede varie vie per arrivare alla via della salvezza: le opere; la conoscenza fonte della filosofia indù; donazione totale alla divinità o bhakti. Ciascuna di questa via corrisponde ad ognuna delle tre caste: la via dello studio ai bramini; la via delle opere agli ksatriya.
L’etica indù possiede due note essenziali: a) compimento delle azioni in spirito di totale distacco dal mondo, ovvero senza samsara, liberi dal maya; 2) sforzo di adeguatamento dei doveri etici alle diverse circostanze concrete di ciascuno. Oltre i doveri di virtù specifici di ogni casta ve ne sono alcuni comuni a tutti gli uomini: la non-violenza, cioè non danneggiare nessun essere vivente, sia o no razionale; il dominio di sé; la sincerità; l’osservanza delle prescrizioni rituali. Solo così si può raggiungere il dharma, la legge morale, l’ordine sociale e cosmico.
La credenza nella trasmigrazione delle anime è così diffusa e permea tutta la realtà induista che, spesso,
viene vissuta più come una realtà evidente che come un oggetto di fede. Da
questa concezione nasce la passività di fronte alla discriminazione delle caste.
Ogni anima si reincarna come spinta dal peso d’inerzia del karma e riceve
esattamente la ricompensa o il castigo adeguato; pertanto non si può di
ingiustizia o di discriminazione nella suddivisione in caste.
Al contrario ogni reincarnazione è: - una esigenza di giustizia; - una espiazione delle mancanze anteriori; - una progressiva purificazione. In questa concezione si può vedere anche una soluzione accettabile ai problemi relativi all’origine del male e dei mali, nonché a quello dell’innocente che paga colpe apparentemente non sue, o, al contrario, del malvagio cui arride ogni fortuna.
Dharma
Con il termine dharma si indica anche la religione, ma non vi si esaurisce ; esso indica una sorta di "legge della natura", norma eterna ed "ordine" sia del cosmo, sia della vita individuale e sociale degli esseri umani. Il Dharma ha, per così dire, due dimensioni: l'una che riguarda la legittima acquisizione e fruizione dei beni di questa vita, e l'altra, di tipo escatologico, concerne il fine ultimo di ogni uomo, la liberazione dal samara.
Sebbene la tradizione più antica tende a parlare del Dharma come di un principio unitario, la tradizione ci illustra vari di Dharma, come ad esempio guna-dharma, complesso delle norme da seguire in base alle proprie caratteristiche e qualità, e naimittika-dharma, complesso dei doveri religiosi occasionali, diversi da quelli obbligatori.
Accettando
la reincarnazione la preoccupazione principale della tradizione induista è
quella di procurare la liberazione definitiva dell'anima (moksa). Siccome
l'uomo è composto di anima e di corpo si devono rispettare anche le esigenze
dell'organismo psico-fisico prima di potere realizzare la salvezza dell'anima.
L'induismo proprone una visione sobria e sintetica della vita umana attraverso
le sue teorie tradizionali del purusartha e del varna-asrama-dharma.
Il purusartha parla di quattro scopi della vita. L'ultimo è la moksa, la liberazione
eterna dell'anima; subordinati a questo scopo si riconoscono tre altri
scopi: -
l'uomo ha bisogno dei beni materiali per sostenere la vita; - egli ha
bisogno di essere felice e godere delle cose buone ed i piaceri del mondo (kama);
- questi due concetti devono visti in funzione del fine ultimo, il che vuole
dire che devono essere guidati e regolati a seconda dei principi morali e dei
valori religiosi (dharma) . La famiglia rimane un elemento conservatore di certi
valori stabili della cultura indù. La famiglia tradizionale è patriarcale,
specialmente nelle campagne: l'uomo è il capo ed il simbolo dell'autorità e la
donna gli è subordinata. Tuttavia, la donna non è sottomessa ed è considerata
una "dea" nella propria casa. La tradizione indù inculca nei figli
spirito di rispetto e di sottomissione e di amore verso i genitori. Si presume
che nella vecchiaia l'uomo apprenda anche con l'esperienza la natra fragile e
transitoria dei beni e si senta invitato a ritirarsi dalla vita normale e a
dedicarsi alla ricerca dei beni eterni. L'unica sua occupazione in questa fase
è il raggiungere il supremo ideale della perfezione spirituale ed infine la
liberazione definitiva (moksa) .
Le discipline spirituali
L'induismo offre ai suoi seguaci varie discipline spirituali affinché possano realizzare più efficacemente il destino finale della loro vita. A questo proposito si adotta un principio relativistico (adhikara-bheda) secondo il quale non si può adottare a tutti indistintamente lo stesso tipo di approccio spirituale ma in modo da essere conforme alle esigenze mentali, morali, psicologiche e spirituali dell'individuo. Indispensabile è sempre la guida di un maestro (guru), uomo illuminato, in quanto solo chi ha esperienza personale di ciò che vuole comunicare agli altri sarà in grado di svolgere con successo e sicurezza il suo ruolo. Suo compito non è quello di insegnare, ma di risvegliare l'animo del discepolo.
I principali movimenti induisti si possono dividere in correnti teiste ed in movimenti filosofici. Le prime sono tre: Visnuismo, Sivaismo, Saktismo; i secondi sono sei: Samkhya, Mimamsa, Vedanta, Yoga, Vaisesika, Nyaya
Le discipline spirituali in genere sono indicate con il termine Yoga. L'idea popolare dello Yoga come di una sorta di ginnastica è frequente in Occidente; certamente alcuni esercizi fisici e psichici fanno parte della tradizione Yoga, ma sono elementi accessori. Lo Yoga in realtà comprende sia le discipline che conducono l'uomo alla perfezione spirituale sia lo scopo ultimo che si ottiene con la perfezione spirituale stessa.
Esistono varie correnti di Yoga, tra le quali le più importanti sono:
1
. Raja-Yoga: o Yoga della concentrazione e della
meditazione cerca di realizzare la liberazione definitiva dell'anima mediante una disciplina sistematica che prevede il percorso diviso in otto tappe. Dopo avere creato una predisposizione interiore alla concentrazione indisturbata ci si sforza di conformare ad essa anche il corpo attraverso due esercizi fisici: quello della posizione stabile e gradevole del corpo (asana) e del controllo del respiro (pranayama). Le ultime tappe comprendono la concentrazione (dharana), la meditazione (dhyana) e l'assorbimento (samadhi). La liberazione non è altro che uno stato di isolamento splendido dell'anima in cui contempla e gode se stessa o trova la propria identità originaria .
2. Jnana-yoga: lo yoga della sapienza, della gnosi, della conoscenza. E' il messaggio principale presentato dalle Upanishad e consiste nel realizzare esperenzialmente l'identità di Atman, il Sé più intimo dell'uomo, e Brahman, la Realtà Suprema, trascendente, assoluta.. A causa dell'ignoranza, radice di tutti i mali, l'uomo tenta di perseguire i beni terreni, di accontentarsi del piacere psico-fisico, vivendo, così alienato. L'unico mezzo per essere felici è, dunque, l'uscire fuori dall'ignoranza e la conoscenza vera, Jnana, mediante la quale si scopre l'identità con l'Assoluto. Chi cerca questo fine deve essere preparato mediante lo studio delle scritture, il distacco dalle cose terrene, la pratica delle virtù, la fede nella verità vedantica e nel guru, ed il desiderio della liberazione .Il guru, dopo una spiegazione della dottrina vedantica, comunica come punto di riferimento per ottenere l'illuminazione interiore un mantra, come ad esempio "Io sono Brahman", la quale deve essere assimilata dopo una riflessione e meditazione intensiva. L'anima liberata perde così la propria individualità e si immerge nel Brahman dove ritrova la propria identità originaria.
3. Karma-yoga : la via dell'azione. E' l'adempimento fedele e scrupoloso delle osservanze rituali prescritte nelle scritture. Questa corrente restringe il significato del Karma ai sacri scritti vedici e li considera gli unici mezzi di salvezza . Tali doveri altro non sono che manifestazione della volontà divina nei confronti di ogni uomo e compiendolo rende omaggio a dio stesso. L'uomo compie teli doveri senza motivi egoistici, senza attaccamento sia all'azione stessa che ai suoi frutti; si
deve ricercare la pace e la serenità interiore indipendentemente dal successo o insuccesso dell'azione intrapresa. Tale dedizione ai doveri personali con la disposizione al distacco, al sacrificio, è considerata un mezzo efficace per la perfezione spirituale e la liberazione finale dell'anima.
4. Bhakti-yoga : lo yoga della devozione amorosa verso Dio. Essa presuppone l'esistenza di un Dio personale, buono, misericordioso, che cerca la devozione e l'adorazione dell'uomo. Tale devozione può nascere solamente in un'anima che ha provato intimamente la grandezza e le bontà di Dio. Il devoto agisce nella vita cercando sempre di compiacere Dio e di consacrarsi a lui. Bhakti rappresenta in un certo senso l'opzione radicale verso Dio rispetto a tutte le cose di questo mondo. Raggiungendo Bhakti, in uno stadio perfetto, si esclude dalla propria vita ogni motivazione egoistica e ci si concentra solo su Dio. Tra le varie metodiche consigliate dai mis
tici indù per alimentare la bhakti vi è quella della pratica del nome di Dio (nama japa); si parte dalla supposizione che il nome rappresenti la persona cui si riferisce, per cui pronunciando il nome con devozione, lo stesso dio si manifesterà facendo divenire esperienza viva la devozione del nome. Connessa alla bhakti è la grazia divina (prasada), dono di dio, che ne costituisce il naturale complemento, in quanto è mediante la grazia che la bhakti può divenire efficace. Infatti, essa suscita nell'uomo quella predisposizione per cui l'uomo tende a dio ed ostacola tutto ciò che può fare ritardare l'entrata dell'uomo nel progresso spirituale, necessario perché si raggiunga la liberazione eterna dell'anima. E' l'anima liberata che può godere della felice comunione con dio.
Non tutti i seguaci dell'induismo aspirano, però, a tali vette di intensità spirituale, ma quella minoranza che persegue sinceramente tali ideali ne dimostrano la validità e l'attualità. Il popolo in genere non si sente pronto a raggiungere tali vette e ritiene che sia conveniente aspettare un'altra vita in cui, magari, si è raggiunta una vetta più alta di spiritualità su cui partire. Benché tutto il pantheon sia oggetto di culto, è pure vero che ogni fedele ha la sua ista-devata, cioè la sua divinità preferita cui riversare la propria venerazione. Il culto delle immagini sacre (deva-puja) è l'espressione più comune della religiosità popolare; in genere in ogni casa vi è un piccolo posto riservato alla venerazione della divinità tutelare e solamente l'immagine consacrata può ricevere il culto. Si crede che con la consacrazione la divinità discende nell'immagine e la trasforma in una specie di incarnazione divina (arcavatara), rendendosi,così, accessibile ai suoi devoti, e l'immagine diviene una presenza divina. Altre manifestazioni della religiosità popolare riguardano i pellegrinaggi, le feste religiose, i contatti con le persone considerate sacre.