RESPIRAZIONE ZEN
Nella respirazione Zen si inspira e si espira il più possibile lentamente, con l'espirazione che deve essere più lunga almeno due volte rispetto all'inspirazione. Una metodica tibetana esegue una respirazione leggermente diversa: si inspira, si trattiene il respiro e si espira, tutto con lo stesso tempo.
La respirazione è uno dei tre mezzi per raggiungere il satori, oltre il shinkantaza ed il koan.
La respirazione è una funzione primaria, una delle necessità della vita, in quanto tutti gli organismi viventi devono respirare per potere vivere. Si può resistere per giorni senza mangiare o bere, ma non si può rimanere senza respirare se non per qualche secondo: questa verità risalta l'importanza della respirazione per la nostra vita.
Una respirazione corretta, oltre a rappresentare l'armonizzazione dell'uomo con l'ambiente atmosferico (l'aria) favorisce lo sviluppo dell'intelletto e della coscienza.
L'uomo si integra così nell'ambiente partecipando al ciclo energetico della natura; essa influisce positivamente sia sull'apparato circolatorio che sul sistema nervoso e, nello stesso tempo, queste due funzioni influenzano la respirazione.
La respirazione è il risultato delle espansioni centrifughe yin e delle contrazioni centripete yang, le quali si avvicendano in maniera armonica.
Respirazione zen
In genere si parla di respirazione, nello Zen, solo dopo che si è raggiunta una certa capacità ad assumere una giusta postura. Infatti, vi è il pericolo che iniziare a respirare con un atteggiamento sbagliato può condurre ad una respirazione sbagliata; inoltre, può anche succedere il contrario, in quanto respirare in maniera sbagliata può condurre ad assumere una posizione sbagliata.
La respirazione zen non ha nulla a che vedere con la respirazione yoga, in quanto quest'ultima viene praticata per raggiungere determinati effetti o stati psichici.Al contrario la respirazione zen richiede che questa sia corretta, lenta, naturale, e grazie a questa si può vivere in uno stato di equilibrio spirituale, ma non deve mai condurre ad un determinato effetto.
La respirazione riesce ad unire il corpo e lo spirito e possiamo vedere anche da soli come una una idonea respirazione riesce ad influenzare il nostro animo.Con una respirazione idonea si può giungere allo stato di mushin, lo stato di non-mente, e a Ku, il vuoto, il vacuo. La respirazione deve essere naturale e mai forzata. La concentrazione sul respiro è antica e si fa risalire a Buddha.
Pura sensazione
La respirazione zen ha la capacità di fare verificare l'esperienza della pura sensazione, dove vi è una forte inibizione del processo del pensiero.
Nella posizione di zazen la mente inibisce i pensieri vaganti e questi non interferiscono con lo stato di quiete.
Questa capacità deriva dalla respirazione che viene quasi arrestata. Perchè cessino le sensazioni al cervello occorre che il cervello non pensi più e che la respirazione cessi. Tuttavia, questo non è possibile per ovvi motivi ma si può agire in maniera tale che la respirazione si prolunghi nel tempo tanto che viene quasi arrestata: l'arresto della respirazione implica tensione nei muscoli respiratori addominali e,quindi, nel tan-den.
Attraverso due serie di impulsi che giungono in una porzione dell'ipotalamo si provocano degli impulsi che eccitano la corteccia cerebrale.
Le aree del cervello, dette aree corticali, ritrasmettono gli impulsi all'ipotalamo, producendo una nuova eccitazione ed iniziando un ciclo in cui gli impulsi danno origine a stimoli per la formazione di nuovi impulsi, che stimolano sempre più la corteccia cerebrale. Altri segnali vengono trasmessi dall'ipotalamo alla formazione bulbo reticolare del peduncolo cerebrale producendo un aumento del tono muscolare in tutto il corpo. La tensione muscolare stimola i propriocettori muscolari (piccoli organi che hanno la funzione di dare "informazione" sul tono muscolare di un determinato muscolo) provocando segnali sensori, che sono ritrasmessi, attraverso il midollo, sino al talamo.
Quando la corteccia cerebrale vuole controllare il proprio pensiero fa entrare in gioco l'attenzione dei m. respiratori e riesce, così, a controllarsi. In effetti per controllare le sensazioni la respirazione deve essere arrestata, ma siccome questo non è possibile se non per pochi secondi, è possibile simulare l'arresto di questa creando tensione nei m. respiratori. La stimolazione di tali muscoli genera nel nostro organismo un potere mentale e spirituale.
Arrestando la respirazione si arresta la trasmissione degli impulsi al cervello. Quindi la respirazione ha una importanza notevole nel controllo dei pensieri nella pratica zazen.
Nella pratica zazen si può esalare quanta più aria possibile e, nello stesso tempo, rimanere senza respirare per un periodo considerevole: questo può accadere perché nelle esalazioni non viene espulsa tutta l'aria dai polmoni e, di conseguenza, rimangono circa 1200 ml. di aria. Nella respirazione il volume d'aria nei polmoni passa da 2300 ml.(orizzonte della respirazione) a 2800 ml. (tale differenza è anche nota come volume o ampiezza di marea).
Il limite di 2300 ml. corrisponde al contenuto dei polmoni in condizioni passive; se si contraggono i m.respiratori con quanta più forza si ha è possibile spingere fuori dai polmoni circa 1100 ml. di aria in più (volume espiratorio di riserva).
L'espirazione massimale che si riesce ad ottenere non può essere eseguita consecutivamente ma deve essere alternata ad una serie di 3 o 5 cicli di respirazione normale; non tutti nelle respirazioni normali si spingono sino al massimo della propria capacità, limitandosi a raggiungere un punto sempre più o meno vicino alla metà, di conseguenza non sii ha bisogno di ricuperare.
Tuttavia tanto più si riesce a respirare profondamente e con calma tanto più si riesce a giungere al samadhi.
Si respira a vari livelli: si può respirare a livello clavicolare, ed è la respirazione che usano le persone che sono arrabbiate; questa respirazione non fa giungere ossigeno al cervello, per cui si rimane alterati ed arrabbiati.
La respirazione toracica fa assumere più ossigeno ma non è ancora il massimo che si può ottenere.
Nella respirazione addominale i m. inspiratori (diaframma, intercostali esterni, muscoli del collo) producono un allargamento della cavità pleurica; essi consentono all'addome di dilatare e di fare scivolare verso il basso il diaframma, che, in questa discesa si porta dietro la cavità pleurica. Di conseguenza, si accresce la pressione nel basso ventre. Quando più si riesce a mantenere a lungo la tensione e la pressione nel basso ventre, tanto più si produce stabilità fisica e mentale.
I muscoli espiratori (addominali ed in misura minore gli intercostali interni) favoriscono l'espirazione in due modi: - attirando verso il basso la cassa toracica e riducendo, quindi, il volume; - costringendo il contenuto dell'addome contro il diaframma, riducendo la lunghezza della gabbia toracica.
Respirazione zen in zazen
Nella respirazione zazen la cassa toracica deve essere mantenuta il più a lungo possibile immobile. Questo metodo respiratorio somiglia molto alla respirazione addominale (si inspira gonfiando l'addome, si espira contraendo i m.addominali). La differenza è nella espirazione: nella respirazione addominale vi è la contrazione addominale e si blocca la respirazione toracica, mentre nella respirazione zazen si espira lentamente e gradualmente, cosicché si trattiene giù il diaframma e si mantiene sotto controllo il movimento di spinta verso l'alto dei visceri addominali, aumentando la contrazione di entrambi.
Si riesce, in questa maniera, ad arrestare il respiro ad eccezione di piccolissime perdite di ossigeno che non comportano grandi problemi e che non conviene tentare di arrestarli in quanto si potrebbero provocare sgradevoli sensazioni nel torace.
Nella respirazione zazen si espira scendendo non a 2.300 ml.ma a 1200 ml. ed è questo livello che si giunge al samadhi. Quando si espira il contenuto nei polmoni di ossigeno è elevato, quindi all'inizio della espirazione, non si deve attuare tensione tra diaframma e m. addominali, in quanto ne deriverebbe un senso di soffocamento nel torace; è consigliabile, per questo, lasciare uscire piuttosto velocemente una certa quantità di aria, dopo di che si può iniziare ad espirare più lentamente. Lo stesso ragionamento si deve attuare nell'inspirazione quando questa avviene lentamente in quanto diviene inevitabile frenare il rilassamento dei m. addominali e ciò può provocare quel senso innaturale di oppressione nel torace. Per ricuperare il volume di riserva espirato diviene naturale e desiderabile una inspirazione accelerata.
E' grazie all'espirazione lentissima che si arrestano le sensazioni.
Nella pratica zazen si è soliti iniziare contando i respiri , e questo metodo può sembrare una pratica necessaria solamente ai principianti, e si ritiene che, mano a mano si progredisce nella tecnica, sia conveniente orientarsi verso altre metodiche respiratorie. Ma in ogni caso è sempre bene orientarsi verso il metodo del contare i respiri, in quanto progredendo nelle metodiche più semplici si progredisce in seguito nelle metodiche più difficili, e divenendo più esperti nelle metodiche più difficili si diverrà esperti nelle metodiche più semplici; ma solo progredendo nelle cose più semplici si possono porre le basi per le tecniche più difficili.
Metodo "contare i respiri"
Vi sono tre metodi diversi per eseguire il metodo "contare i respiri".
a) si contano sia le inspirazioni che le espirazioni: quando si inspira si conta mentalmente "uno" e quando si espira si conta mentalmente "due" sino ad arrivare a 10, dopodichè si ricomincia daccapo. Vi può essere un problema con questo metodo in quanto si possono sollecitare le corde vocali, anche se non si emette alcun suono; di conseguenza si può avvertire una tensione ai polmoni se in questi è rimasta dell'aria. Per evitare tale fastidio è sufficiente lasciare uscire una piccola emissione di aria prima di dire "due".
b) si contano solo le espirazioni. Consiste nel dire il numero solo nell'espirazione.Specialmente chi è alle prima armi può correre il rischio di dimenticare il conteggio perchè, magari, ha la mente ripiena di pensieri extra, ma questo non deve essere un problema in quanto si può iniziare di nuovo il conteggio. Il contare i respiri non deve portare la mente a concentrarsi sul conteggio, ma ad eliminare i pensieri che possono allontanarci dalla tranquillità , dall'equilibrio interno. Noi dobbiamo porre la nostra attenzione alla respirazione. L'importante è respirare e non contare i respiri.
c) si contano solamente le inspirazioni.
Contando i respiri si raggiunge un particolare tipo di samadhi detto positivo. Entrando in questo tipo di samadhi ci si libera dal modo abituale di coscienza, cioè dal pensiero illusorio e si purifica il corpo e la mente.
Ritornando nel mondo reale ed ordinario non si torna con la mente al pensiero illusorio ma si gode della vera libertà, in quanto con la mente ci si libra al di sopra della realtà opprimente, senza che ciò divenga una fuga.
Nel metodo del conteggio dei respiri bisogna concentrarsi sia sui numeri sia dell'ordine dei numeri: ciò sembrerebbe facile ma non lo è, in quanto richiede molto sforzo tenere la mente occupata in due cose, specialmente se le due cose da ritenere sono correlate con modelli nettamente distinti di attività elettrica nel cervello.Inizialmente l'espirazione avviene in modo naturale sino a raggiungere un punto prossimo all'orizzonte della respirazione, e, quindi si comprimono i m.respiratori sino quasi ad arrestare il respiro.Con l'epiglottide che rimane aperta, l'aria che rimane nei polmoni tenderà piano piano a sfuggire; inizialmente l'emissione sarà lieve e quasi inavvertita, e sarà percepita solo in seguito; infine, quando sarà giunta sotto l'orizzonte, si scoprirà che l'aria verrà emessa in maniera intermittente.
Regolando l'emissione di Ki (aria) si progredisce più efficacemente verso il samadhi e ci si arriverà tanto più rapidamente quanto più lunga e lenta sarà l'espirazione.
Una espirazione prolungata porterà ad una carenza di O2 e per riequilibrare tale carenza si devono eseguire respirazioni brevi e rapide. Queste inspirazioni brevi e rapide non disturbano l'entrata nello samadhi se si ha l'accortezza di continuare a respirare secondo la respirazione addominale. Si può provare ad eseguire delle respirazioni moderate, se queste facilitano il modo di respirare; tuttavia, si è notato che coloro che seguono questo tipo di respirazione hanno difficoltà a controllare i pensieri vaganti.
Quando si approfondisce lo studio e si entra sempre più nel samadhi, si ha l'impressione che l'espirazione si arresti per periodi sempre più lunghi, che l'inspirazione sia quasi impercettibile, e si abbia solamente una occasione fuga di respiro.Questa è, però, solo una impressione, tanto più forte quanto più è veritiera l'entrata nel samadhi.
Questo modo di respirare è un metodo semplice ma efficace per controllare i pensieri vaganti. La coscienza pensa sempre a qualcosa e se viene lasciata a se stessa inizia a fantasticare. Se i pensieri vaganti continuano ad affollare la mente, pur essendo fenomeni naturali, ritardano l'ingresso nel samadhi.
Seguendo uno schema ideale, rappresentato in un diagramma, una respirazione profonda è seguita da circa 5 cicli di respirazione a profondità normale.
Mancanza di sensazione
Quando si è in zazen, con l'espirazione che scende sotto l'orizzonte della respirazione, si rende manifesta una nuova percezione, cioè la percezione di mancanza di sensazione, come se si abbassasse il livello di coscienza. Solo il tan-den è sotto pressione, mentre il resto del corpo è rilassato ed immobile. La mancanza di sensazione non è corporea, in quanto è possibile muovere le mani e le braccia: tuttavia, restando immobili non si ha la sensazione della posizione delle mani, delle braccia, del corpo, pur mantenendo la consapevolezza della esistenza del proprio corpo.
Tale consapevolezza è data da vari fattori: - da stimoli che originano nella pelle, nelle giunture, nei visceri; - dai propriocettori muscolari. Anche se nello zazen avanzato le sensazioni corporee si abbassano, alcuni segnali propriocettori rimangono operanti ed inviano segnali al cervello. Si ha l'impressione dello stato di "pesantezza". E' una debole sensazione, ma può sembrare grande, in quanto tutte le altre sensazioni sono ridotte al minimo. Entrando ulteriormente nello stato del samadhi, questa consapevolezza scompare progressivamente ed è sostituita da una vera assenza di sensazione.
Nello zazen diviene importante anche il modo di osservare.
In principio è preferibile avere gli occhi aperti o socchiusi in quanto gli occhi chiusi possono portare ad un compenetrarsi di pensieri vaganti mentre volgendo lo sguardo all'esterno si corre il pericolo che anche l'attenzione sia rivolta e si fissi all'esterno: tutto ciò potrebbe portare a ritardare l'ingresso nel samadhi. Per ovviare a questo problema bisogna che l'attenzione sia rivolta all'interno in maniera tale che si possa raggiungere un samadhi positivo.Questa è la strada sicura per giungere al kensho.
Riguardo al tipo di attenzione si possono distinguere due tipi, l'attenzione astratta e l'attenzione sensoria.
La prima lavora in maniera indipendente dagli organi di senso e può produrre pensieri vaganti che impediscono l'entrata nel samadhi.
L'attenzione sensoria utilizza gli organi sensori e questi sono importanti per entrare nella consapevolezza den nostro essere. Diviene, così, anche più facile l'ingresso nel samadhi. chiudendo gli occhi e dirigendo l'attenzione visiva all'interno, dapprima potremmo scorgere solo il buio, ma, in seguito, l'animo si illumina e l'occhio della mente può guardare sicuro nella parte più intimo del proprio "io".
L'attenzione visiva interna è sempre accompagnata in una certa misura da un respiro ridotto e dall'attenzione corporea.
Questi tre elementi (attenzione visiva, respiro ridotto, attenzione corporea) si fondono in un singolo atto di concentrazione che genera un impulso passante attraverso il samadhi spirituale. Questo impulso è anche chiamato impulso mentale.
Se provassimo a concentrare la nostra mente su una qualsiasi parte del corpo, avvertiremmo questa come una parte ben distinta, come se fosse staccata dal resto del corpo. Proviamo, ad esempio, a concentrare la nostra mente sulle mani; se riuscissimo a fondere in un tutt'uno l'attenzione visiva, l'attenzione corporea, la mente, riusciremmo a fondere il tutto in un "quid" che ci faciliterà l'ingresso nel samadhi.
Spesso faccio eseguire un piccolo esperimento per verificare a noi stessi la nostra energia che si manifesta all'esterno: si pongono le due mani a contatto e poi si allontanano lentamente, oppure si possono porre lontano e poi avvicinarle, sempre lentamente,. Eseguendo l'esercizio in questa maniera lenta, la nostra attenzione è attratta da ciò che accade tra le due palme. La nostra coscienza si abbassa nell'attenzione verso la realtà esterna ed aumenta verso il centro della nostra attenzione, come un fascio di luce che diviene più intenso verso un punto, mentre si attenua l'intensità intorno agli altri punti.
Il respiro si acquieta e diviene di tipo diafframatico, anche se perchè ciò accada occorre molta pratica; corpo e mente si ritrovano in una atmosfera di pace e silenzio; il mondo esterno diminuisce la propria influenza su di noi.
Ora noi avvertiamo l'energia che vi è tra le due mani e si avverte tale energia che può presentarsi in vari modi: formicolio, sensazione di caldo o di freddo, sensazione di una bolla d'aria che fluttua tra le mani.Un sensei Zen descrive un metodo per entrare in uno stato di mancanza di sensazione: ci si siede in un posto tranquillo, ci si rilass, si immagina di avere sulla testa dell'incenso, il quale si scioglie lentamente ed inizia a colare sulla fronte, sul viso, sul torace, sullo stomaco, sull'addome, sulle gambe, sulle mani. Subito dopo segue la mancanza di sensazione.
Un mistico cristiano mi ha descritto questa pratica che lui esegue ogni giorno per 30 minuti, per meglio entrare in contatto con Cristo. Si siede comodamente e prende un Crocifisso in mano: inizia a fissarlo cosicchè la sua coscienza si perde nella contemplazione dello stesso. Quindi, "vede", con la luce dello Spirito, una grande luce che parte dal Crocifiso e lo circonda tutto: la luce diviene sempre più sfolgorante e lo circonda sempre; la sua coscienza temporle si affievolisce lentamente ed aumenta la sua entrata in quello stato che, forse, è mitico, ma che, sicuramente, è samadhi.
La pratica ripetuta di esercizi, atti ad esercitare l'ingresso nel samadhi, segna, in senso positivo, sia la mente che il corpo, e facilita sempre più l'ingresso nel samadhi. Quando si sarà raggiunto una certa pratica si può dirigere la propria attenzione all'interno del tanden, e si scopre di stare osservando, con chiarezza, la propria esistenza. Dopo che la pratica è stata acquisita e padroneggiata, è possibile entrare nel samadhi effettuando una sola respirazione.
E' sempre vero ciò che ho detto in una latro paragrafo, che nello Zen Do Ishi, è più importante la pratica che la teoria; ma ritengo, altresì, che, in qualsiasi attività umana, colui che mette al servizio degli allievi la propria esperienza, debba fare in modo che l'allievo entri in uno stato di consapevolezza nella sua azione, perchè è bene che l'allievo acquisti ragione della propria azione.
Portiamo l'esempio di un atleta che si appresta ad effettuare una gara di corsa. Riuscire ad effettuare una azione in modo del tutto naturale , senza il pensiero, può portare alla comprensione di alcuni errori nell'azione ma non si riesce a comprendere l'errore dell'azione.Essendo la corsa una attività motoria di base è possibile che l'atleta abbia una predisposizione alla corsa e, di conseguenza, corra con naturalezza. Ma se inseriamo la corsa nel contesto di una gara, l'allievo può incontrare alcune difficoltà a rendere al massimo, oppure si accorge che non riesce a progredire. Questa difficoltà può dipendere da vari fattori, come uno stress emozionale, una partenza ritardata dai blocchi di partenza, il modo tecnico di affrontare una corsa, il metodo di preparazione, ecc. Senza una adeguata comprensione dei prpri gesti non può comprendere a quale livello sia sito il proprio errore. Proprio per questo motivo ritengo fondamentale che l'istruttore fornisca all'allievo tutti i dettami dell'azione, le proprie esperienze perchè l'allievo faccia propria l'esperienza che riterrà utile per una corretta pratica.
E' importante per l'allievo fare propria l'esperienza del Sensei, padroneggiare la tecnica, acquistare consapevolezza di questa, apportare modifiche perchè vi sia perfetta interazione tra la tecnica in teoria e l'azione nella pratica.
Nella pratica del Karate io eseguo questo metodo che può sembrare un insegnamento lontano dalla mentalità della maggioranza dei maestri. Ricordando i miei trascorsi di allievo, con un sensei che non spiegava minuziosamente ciò che si andava eseguendo, ho ritenuto eseguire un altro metodo con i miei allievi. Ogni tecnica che insegno è seguita dai motivi naturali, fisici e mentali per cui deve essere così eseguita. Ritengo che sia giusto abbandonare lo stato mentale del maestro "illuminato" per cui ciò che dice è legge e deve, per questo, essere eseguito senza spiegazione.
Riportando l'esempio sulla corsa si dovrebbe eseguire la propria trafila: fare propria l'esperienza dell'istruttore per comprendere al meglio tutto ciò che l'istruttore può dare nella pratica della corsa, ascoltarne i consigli, le correzioni; in seguito bisogna allenarsi per padroneggiare la tecnica della corsa; proseguendo nella preparazione si fa talmente propria la tecnica che egli diviene consapevole dei propri errori e di come o di cosa si deve cambiare per andare avanti e migliorare; a questo punto si possono apportare modifiche perchè la tecnica sia aggiustata al proprio modo di effettuare la tecnica della corsa.
Tornando alla pratica Zen bisogna che si riesca a dirigere la propria attenzione all'interno, nel tanden, in modo consapevole.
Proseguendo nell'allenamento zazen i periodi in cui il respiro viene quasi sospeso tendono progressivamente ad allungarsi, la respirazione si fa lieve e si ha l'impressione che questa non avviene; tuttavia, il respiro non viene arrestato violentemente. Tutto il ciclo respiratorio avviene con l'addome: anche qui si tende gradualmente ad impiegare il volume di riserva. Tuttavia, trascorre un tempo maggiore prima che il volume di riserva si esaurisca.Giunti a questo stadio si è nella condizione di samadhi. La nostra mente è in una nuova dimensione; l'attività mentale è placata ed i pensieri sono assenti. Si ha lo stato di quiete e veglia contemporaneamente: non è facile, in questo momento descrivere ciò che accade. La respiraione è quasi del tutto sospesa, ma, nello stesso tempo, naturale, per cui si sfugge ad ogni tentativo di classificazione.
Può accadere che ponendo l'attenzione visiva sul III occhio la concentrazione non è posta sul tanden, ma solo sul III occhio, e questo può provocare disagio e fastidio alla fronte. Se si alvora sulla respirazione solo con la testa si arriva al samadhi attivo, mentre se si riece a "vivere" i movimenti dei m. respiratori e la contrazione del basso ventre si arriva al samadhi assoluto.
Lavoro sul "MU"
Si può portare più forza nell'addome ed acquisire, così, più energia mentale recitando internamente il suono "Mu" riuscendo a controllare ulteriormente i pensieri vaganti.
Questo lavoro su "Mu" è anche il primo Koan che viene eseguito. .E' un metodo per persone che abbiano già raggiunto una certa padronanza della respirazione.
Questo lavoro può essere distinto in varie tappe, ma solamente a livello esplicativo.
- Nel momento stesso che noi ci accodiamo in una delle posizioni note diviene importante bloccare i pensieri vaganti sul nascere, specialmente il primo, in quanto dopo di questo si accoderanno altri, per cui diviene più difficile bloccarli.Nel caso contrario diviene difficile entrare nello stato del samadhi. La respirazione viene compiuta con la bocca leggermente aperta ed il respiro fuoriesce dalle labbra socchiuse. Questa pratica ha il merito di produrre una tensione maggiore nei m.respiratori con il vantaggio di tenere sotto controllo i pensieri vaganti.Nella respirazione si recita internamente "Mu", e bisogna prestare attenzione che nella inspirazione l'addome non si incavi e nell'espirazione tutto il volume di riserva deve essere espirato. Dopo una serie di questa respirazione completa bisognerà recuperare il respiro respirando poche volte con una respirazione naturale. Dopo una serie di 3 respirazioni complete l'addome si è caricato di una forte energia e si genera, di conseguenza, una forte pressione nell'addome.Per aiutare a tenere sotto controllo i pensieri vaganti, si possono mantenere gli occhi leggermente socchiusi o portati sul "III occhio" o su un punto del pavimento o sul muro di fronte. L'attenzione visiva concentrata, sorretta dalla tensione muscolare degli occhi, eserciterà tale controllo sui pensieri.
Recitare "Mu" non è un fine ma un metodo, per cui può essere sostituito, come metodo, dal conteggio dei respiri, o dalla ripetizione dello stesso numero. Infatti, con questi due ultimi metodi si possono dividere i numeri in suoni disitnti e, nel passare da un suono ad un altro si produce una nuova contrazione dei m.respiratori, come quando si recita "Mu u u u u u u".
L'importante, qualunque cosa si decida, è che si compiano espirazioni lunghe e prolungate quanto più possibile.E' sufficiente che non si rilassi la tensione nel basso ventre e tutte le altre manipolazioni verranno da sole.
E' importante dire che non vi sono regole precise da seguire, nè si può seguire ciecamente ciò che viene insegnato, in quanto ognuno di noi è maestro di se stesso,e, di conseguenza, l'addestramento deve essere scoperto individualmente da ciascuno.
Tuttavia, è importante ed utile conoscere le esperienze dei maestri per evitare prove che producano errori e ripetizioni inutili.
L'importante non è il dissertare ma provare con la guida di un maestro.
Dopo avere superato il primo stadio, il quale serve soprattutto a mantenere sotto controllo i pensieri vaganti, si inizia a respirare con il metodo del secondo stadio.
In questo stadio la bocca è chiusa e la lingua viene premuta contro il palato e le mascelle superiori.
La respirazione avviene attraverso il naso; in genere, però, non si respira attraverso la bocca, se non in casi particolari, come nel primo stadio, in cui la respirazione con le labbra semichiuse genera la massima pressione nell'addome inferiore. In questo stadio la parola "Mu" accompagna sempre l'espirazione; "Mu" ha il significato di "nulla" ed è anche il primo Koan dello Zen.
Ma recitare "Mu" non significa dissertare sul primo Koan, anzi, se provassimo a lavorare sul rpimo Koan si perderà di vista il lavoro che si sta facendo.Tuttavia, può accadere che anche continuando a ripetere "Mu" prima o poi riusciremmo a comprenderne il significato.
Inizialmente si deve insistere semplicemente nel recitare "Mu" ininterrottamente, con le corde vocali nella posizione di dire "Mu": in questo modo si spinge energia nel Tan-den. Piano piano, ognuno troverà il proprio modo e metodo ideale di lavoro.
Ad esempio si può recitare in un unico respiro "Mu, mu, mu, ecc.", oppure "Mu.u.u.u.u", con una esalazione intermittente o ondeggiante, in quanto l'espirazione viene arrestata di tanto in tanto producendo brevi pause.
La durata degli intervalli e delle espirazioni può essere decisa secondo la lunghezza del proprio respiro.
Se si vuole procedere con questo metodo bisogna ripetere: Mu.u.u.u.u.u.u, procedendo a più riprese, come se si stesse eseguendo uno sforzo su qualcosa per cui bisogna usare forza ad intermittenza. Piano piano ognuno troverà il proprio modo ideale di lavoro.
LAVORI IN CORSO
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