ZEN+DO IN= ZEN DO ISHI

   

    Prima di iniziare a parlare dello Zen Do Ishi è necessario prendere in considerazione due aspetti. Il primo riguarda l’impossibilità della lingua occidentale di tradurre con un termine specifico un ideogramma orientale. Infatti, un ideogramma ha più di un significato, mentre la lingua occidentale ha più termini per uno stesso significato, da qui la difficoltà di cui sopra.

    Prendiamo come esempio il termine Kara-te. "Kara" significa "vuoto", mentre "Te" significa "mano". Karate avrebbe, allora, il significato di "mano vuota"; ma nel Karate si usano anche colpi di gamba, proiezioni, ecc. per cui non sarebbe esatta la traduzione corrente. Se si intende Karate come "mente vuota", cioè "mente libera da ogni condizionamento esterno" ci avviciniamo molto al vero significato dell’ideogramma.

    Prendendo in esame il termine Zen Do Ishi ora andremo a trattare la terminologia delle parole.

Iniziamo dalla parola ZEN. Questa è la forma giapponese del termine cinese Ch’an, a sua volta derivazione del termine sanscrito Dhayna, che costituisce una paramitas ed avente il significato di meditazione.

    Circa 500 anni prima della nascita di Cristo, nacque nell’attuale stato del Nepal Gotama Siddharta, principe della dinastia dei Sakya.

    Alcuni secoli dopo un monaco buddhista Duruma (nome giapponese) o Boddhidarma (nome indiano) andò dall’India in Cina dove fu accolto dall’imperatore. Venuto a dissapori con questi, Boddhidarma andò nel Nord della Cina, presso i monasteri Shao-Lin; insegnò in questi monasteri una sua dottrina personale, una variante del Buddhismo classico, dando maggiore importanza alla Meditazione Illuminatrice, piuttosto che alla fede ed alle opere.

    Duruma insegnò ai monaci delle tecniche fisiche, degli esercizi per risvegliare le membra intorpidite dalle lunghe ore di meditazione , ponendo i primi rudimenti di un Arte Marziale chiamato Shorjin Kempo.

    Secoli più tardi questi monasteri furono distrutti ed i monaci si riversarono per tutta la Cina portando con loro ciò che Duruma aveva insegnato. Per lunghi periodi la Cina fu invasa da popolazioni ostili e subì un lungo travaglio interiore, dato anche da guerre interne. I monaci Shao Lin iniziarono a diffondersi quell’Arte Marziale per difendere le popolazioni inermi dalle orde di briganti che imperversarono in tutta la nazione. L’avvento dello Zen nella cultura cinese e nei vari  conventi porta inevitabilmente con sé il propagarsi di un particolare metodo d’ascesi: il Chuan Fa che rende i monaci validi guerrieri.

    Quando il credo di Boddhidarma arrivò nel sud della Cina venne a contatto con i mercanti del Giappone e di Okinawa; questi portarono sia il Kempo, sia lo Zen in Giappone dove si sposò con influenze locali.

    Il Kempo divenne Okinawa-te, ad Okinawa, e, agli inizi del secolo, Karate in Giappone.

    Lo Zen arriva in Giappone dove diviene nel tempo lo Zen odierno.

In Giappone, da tempo immemorabile, su base essenzialmente empirica e non teorica, in quanto si non poggia su teorie azzardate e prive di affidabilità; è nato e si è sviluppato il Do-In; questo è una antica disciplina di tecniche ed esercizi tradizionali che permettono sia un miglioramento della propria salute, sia un elevarsi della propria dimensione spirituale. Il significato del suo termine "immettere nel proprio Io il Ki della Natura" , cioè il perfetto inserimento dell’uomo-microcosmo nell’ambito natura-macrocosmo, spiega la sua natura. Il Do-In si è sviluppato in tre vie, che hanno completato il loro sviluppo raggiungendo una notevole autonomia.     1) Via fisica; 2) Via psichica; 3) Via mentale-spirituale.

    Sul piano fisico sviluppò una serie di esercizi miranti ad ottenere un equilibrio psico-fisico. Sul piano psichico sviluppò una serie di metodiche che, con il fine di migliorare l’energia psichica, ne cura il fisico.

    Sul piano spirituale, attraverso pratiche meditative e tecniche di respirazione, conduce ad un miglioramento dell’energia spirituale e psichica.

    Come si nota, ogni metodica non sviluppa solo una via del Do-In, ma anche gli altri due aspetti; ogni via si interseca con le altre due , in quanto l’uomo è visto nella sua integrità e la suddivisione nelle tre vie è fatta più a livello accademico che a livello pratico. Con il passare dei secoli, il Do In si sviluppò in maniera fortemente espansiva dando origine a: - sul piano fisico alle Arti Marziali; sul piano psichico- energetico all’Agopuntura, allo Shiatzu; - sul piano spirituale ad una disciplina fortemente meditativa.

    Lo Zen si incontrò con il Do-In e nacque lo Zen Do Ishi: il suo significato letterale racchiude la sua spiegazione filosofica. ISHI, ovvero, fondamento della Via (Do), attraverso lo Zen, per arrivare alla salvezza dell’uomo, attraverso una via fisica, spirituale, mentale. Do ha il significato di Via, ovvero il Cammino che si deve percorrere per raggiungere un fine, uno scopo.

    Lo Zen Do Ishi può essere espresso nella massima latina "Mens sana in corpore sano". Permette attraverso uno studio introspettivo di sé di arrivare a comprendere il proprio Io; permette di gestire al massimo la propria energia, e attraverso movimenti mirati, posture adatte, idonee respirazioni, il corpo si libera dalle tensioni date dalle negatività (stress, pensieri funesti, ira, invidia, ecc.) per ciò il proprio organismo diviene recettivo al massimo per ricevere la grande energia che permea l’universo.

Questa grande energia fa si che l’uomo saggio riesca a padroneggiare la propria energia e ad usarla quando se ne sente l’utilità.

    Lo Zen Do Ishi si differenzia dallo Zen classico in quanto vuole ricreare nell’uomo un ambiente favorevole per lo sviluppo dell’intera personalità. Non si ferma al binomio spirito-mente. Ma vuole che l’energia scaturita nel tan-den scorra lungo il Canale Spirituale ed i Meridiani provocando benessere in tutto l’organismo. Sempre di diverso dallo Zen classico, lo Zen Do Ishi ha lo studio dell'energia sotto i suoi aspetti. Per questo motivo presenta vari tipi di respirazioni che permettono di controllare tutte le possibili reazioni dell'uomo di fronte alle varie vicende della vita; si può avere, ad esempio, la respirazione dell'Attività per colui che è troppo rilassato mentre deve effettuare una qualsiasi prova che richieda concentrazione attiva; o la respirazione della tranquillità\armonia per chi è troppo nervoso.

    Si è coscienti, in ogni attimo della propria giornata, di essere artefici del proprio destino. Insegna a vivere nel modo più naturale possibile, a mangiare bene, a bere bene, a respirare bene. Si mangia, si beve e si respira per vivere e non il contrario. Si scopre che ciò che conta nella vita è la vita, e questa non và gettata via. Si diviene attori della propria vita; sui diviene artisti della propria vita.

    Ci avvicIneremo alla fonte originaria della vita; scopriremo in un granello di sabbia, in un piccolo fiore, in un lontano suono, lo Spirito Universale. Prenderemo consapevolezza della nostra essenza. Saremo umili in quanto capiremo che siamo solo uno dei tanti sulla terra; non parleremo più usando l'Io, ma inizieremo a parlare dicendo "Tu".

    Diventeremo tanto forti che se ci avviciniamo a qualcuno è per donare e non per chiedere. Diventeremo amorevoli verso il prossimo, in quanto ci allontaneremo dalle nostre passioni. Impareremo ad amare la vita pere quello che è e non per quello che vorremmo che fosse. Capiremo di essere importanti perchè unici, ma, nello stesso tempo, solamente uno tra tante persone. 

    Con appropriati esercizi si arriverà ad imparare a muovere la nostra energia in tutte le possibilità che si possono presentare nella nostra vita quotidiana. Si imparerà a padroneggiare le scariche di adrenalina, a controllare i propri battiti, a rallentarli,ad accellerarli, a vivere in una dimensione spirituale. Quelle cose che una volta erano importanti per noi ora saranno solo vecchi orpelli da lasciare in soffitta.

    Lo Shiatzu praticato nello Zen Do Ishi è il metodo "TAYIO O TE NI""; è un metodo antico il cui significato è "Sole (inteso come energia) nelle mani". Il saggio terapeuta che conosce l’arte di acquistare e padroneggiare energia conosce tutti i segreti per immettere energia nell’organismo di un paziente.

    Lo Zen Do Ishi, come pure lo Zen classico da cui deriva, non può essere studiato teoricamente, ma deve essere praticato; solo così è possibile penetrare nell’intimo dello Zen Do Ishi e scoprirne l’intero valore. In caso contrario ci si fermerà all’apparenza cadendo nell’errore dell’illusione, cioè proprio in quello da cui lo Zen vuole allontanarci.

 

     Lo Zen Do Ishi in comune con lo Zen classico la ricerca del satori,anche se parlare di ricerca è sbagliato.

    Lo Zen Do Ishi si propone come un mezzo per  riportare l’idea dell’uomo nella giusta dimensione. Con il conseguimento del Samadhi si raggiunge la piena consapevolezza del proprio essere, che non termina con l’uscire dallo stato del samadhi, riuscendo, così, ad arrivare alla consapevolezza della realtà esterna. Riuscire a porre se stesso ed il mondo esterno nel contesto della pura esistenza è Kensho. Ma per arrivare a questo dobbiamo sconfiggere l’Io relativo, il quale varia continuamente. Quando ci poniamo nell’atteggiamento mentale proprio per raggiungere il samadhi, spesso un pensiero negativo (negativo in quanto ci nega la possibilità di entrare nel samadhi) attraversa la nostra mente; liberandoci da questo pensiero negativo, un altro pensiero negativo viene ad ossessionare la nostra mente, e così via. Tuttavia, dobbiamo sempre allontanare il pensiero negativo. Se il fine ultimo della nostra esperienza è Dio, le tensioni mentali negative sono dette tentazioni. Un pensiero cristiano dice: "non è peccato la tentazione, ma l’assenso alla tentazione". Una massima Zen dice: "il prodursi di un pensiero malvagio è la malattia; non persistere in esso è il rimedio".

 Chi pratica Zen Do Ishi non compie nulla di trascendentale, ma al contrario compie tutto molto normalmente. Ciò lo differenzia dagli altri è che egli compie le azioni per quello che sono; quindi, quando mangia il suo pensiero è rivolto solo al mangiare, quando dorme pensa solo al dormire, quando è in compagnia di una persona pensa solo a questa persona.. Questo, è in sintesi, anche la raccomandazione che io faccio sempre ai miei atleti di Karate: quando venite ad allenarvi, fate in modo da lasciare fuori la palestra le vostre preoccupazioni in modo che la vostra menta sia assorbita solo dal Karate.

Questo è ciò che io chiamo vivere in uno stato perenne di samadhi attivo. Al contrario, una persona media vive in un mondo che fa in modo che tale persona viva nella vita; quindi, questa persona vivrà secondo i canoni impressi dal mondo, pieno di fantasie, insicurezze, per cui quando mangia non pensa che sta interagendo con la natura, con ciò che la natura gli sta offrendo, ma pensa ad altre cose; quando dorme non pensa di fare riposare il suo fisico, la sua mente, ma, al contrario, è talmente pieno di paure che non riesce a dormire; quando è in compagnia di una persona pensa ai vantaggi che può ricavare da questa persona. Per cui l’uomo non sà vivere la vita, ma vive nella vita.

    Lo Zen Do Ishi si propone di conoscere la vera realtà, la vera natura di ogni particolare dell’Universo che cade sotto i suoi sensi, quindi anche noi stessi.

    E’ la naturale risposta al detto greco "Gnoti te auton" - Conosci te stesso.

    Il vedere la natura, nello Zen Do Ishi, è un approccio di tipo "vissuto" in quanto non si cerca di intenderla intellettualmente; è un pensiero che può rimanere ostico agli occidentali specialmente per chi crede sia il pensiero, l’intelletto la risposta al problema dell’esistenza. Ma il discorso intellettuale risulta positivo sino a che si trattano argomenti che possono avere riscontri nella realtà oggettiva; perde, però, il suo valore quando si cerca di trattare in maniera intellettuale problemi che riguardano la natura intima dell’uomo. Quindi, non si può credere di potere risolvere i veri problemi dell’uomo, legati ai bisogni intimi, con il solo pensiero. Proprio per questo motivo l’esperienza del satori non può essere spiegata, ne compresa da chi non l’abbia già sperimentata.

    Spesso parlando di mente vuota si potrebbe arrivare ad una concezione nichilista della vita e non si comprende il perché l’uomo debba sforzarsi per arrivare alla concezione che la realtà umana è illusione. Se fosse questa la concezione dell’illusione la meditazione zen o anche la filosofia buddhista sarebbe del tutto inutile e si arriverebbe al trionfo della concezione del nulla, o, nella concezione positiva si arriverebbe a comprendere una idea astratta di queste filosofie.

    Il significato della vacuità riveste un concetto diverso dal concetto occidentale di "nulla"; il vuoto mentale di cui parla lo Zen non è un qualcosa di negativo, ma ha un valore positivo. Si deve arrivare al concetto di svuotare la mente di ogni concetto per arrivare a riempirla di altri concetti.

    Quando si intraprende una azione si deve entrare nel vivo dell’azione senza lasciarsi condizionare da ciò che abbiamo fatto in passato; non dobbiamo dare alle nostre azioni una concezione di valore universale per cui ciò che si è fatto una volta debba andare sempre bene per le volte successive. Prendiamo come esempio la semplice azione di attraversare una strada; buona regola è di soffermarci ad osservare se sopraggiungono automobili per potere attraversare la strada senza problemi. Poniamo il caso che si sia attraversata la strada senza guardare se sopraggiungevano automobili al nostro passaggio; se riusciamo ad attraversare la strada senza che ci accada nulla, anche nella nostra imprudenza, ciò non ci deve permettere di attraversare la strada sempre senza guardare. E’ questo il concetto di vacuità.

    Agire sempre per il meglio, al meglio delle nostre possibilità. Se tutti gli uomini seguissero questa regola il mondo sarebbe migliore, l’umanità sarebbe migliore. Anche i lavori più umili devono essere eseguiti al meglio delle possibilità; non esiste lavoro che può essere più o meno utile. Esiste lavoro che può più o meno piacere. Molte persone oggi desiderano trovare un lavoro che soddisfi la loro volontà di successo e non per il lavoro in sé per sé.

    Si vede la vita in termini di risultato, ma non sempre un buon risultato è veramente ciò che c’era di meglio per noi. Se andassimo con la mente all’indietro sicuramente ci ricorderemmo di qualche volta che abbiamo desiderato un qualcosa fortemente ed una volta acquisita ci accorgiamo che, in fondo, non era così importante per noi.

    Dobbiamo imparare a lavorare, ad agire, a vivere sempre per il meglio, e mai abbandonarci all’ansia della prestazione; il risultato sarà certamente buono se la mia applicazione sarà stata buona, sarà negativo se la mia applicazione sarà stata insufficiente. Non dobbiamo lasciarci abbattere dalle nostre ansie, dalle nostre paure, dai nostri bisogni; si corre il pericolo di lasciarsi condizionare da tutti questi aspetti e non si eseguirà l’azione nel modo corretto. Se pensiamo di comportarci per il meglio ed i risultati non sono all’altezza del nostro sforzo, questo non deve permetterci di veder la situazione negativa e non deve farci abbattere. Noi dobbiamo vivere la nostra vita seguendo la semplice regola del Buddha: fare il bene, evitare il male, purificare il cuore. Se seguiamo questa regola con umiltà e con perseveranza, senza aspettarci altri risultati che non siano i diretti risultati dell’azione (se salviamo una persona il risultato che dobbiamo aspettarci è l’avere salvato quella persona e non l’applauso o i ringraziamenti della persona salvata), allora saremmo nel giusto della nostra vita. Vivremo la vita e non nella vita.

    I risultati che ci aspettiamo, se sono dovuti, arriveranno, forse non a noi, forse a qualcun altro che verrà dopo di noi, ma a noi deve rimanere la gioia di avere fatto qualcosa di buono per gli altri.

    Diviene importante non lasciarci prendere dall’ossessione per i risultati; tutti i risultati vanno accettati per buoni, anche quelli che sembrano negativi. L’importante è che noi sappiamo trarre da tutti i risultati dell’insegnamento per le nostre azioni future. Ma le nostre azioni devono essere il risultato della nostra azione consapevole e libera di quel momento e non portarsi dietro quello che è passato. Non dobbiamo vivere di rendita, né vivere nella paura che tutto ciò che abbiamo un giorno o non avremo più. E’ questo, secondo Buddha, il motivo della sofferenza, del Dukkha.

    Vacuità è tutto ciò che non serve. Lavoriamo solo per il risultato che dobbiamo conseguire, il resto è inutile. È vacuo.

Questo è l’Ottuplice sentiero: tutto deve essere retto. Abbiamo visto come il nostro pensiero debba essere retto, il nostro parlare, il nostro sforzo, il nostro agire, il nostro pensare.

Tutto ciò può essere detto shinkantaza.

 

    Scopo Meditazione

    

    Scopo della meditazione è riunire la persona con la Realtà, che si è perso a causa dell’ignoranza, la quale, a sua volta, porta a cercare la felicità nell’illusione della propria mente. Si rischia di prendere per realtà il pensiero, come se il nostro "io" fosse al centro dell’universo e ciò che io penso sia legge. Il primo passo da affrontare è di arrestare l’ondata di parole, pensieri, stati di associazione che inondano la nostra mente nello stato abituale della vita.

    Bisogna vivere l’ora di adesso: questo significa iniziare a disciplinare la mente: retta vigilanza. Retta vigilanza è un addestramento graduale; ma tale addestramento è difficile perché la mente è nostra ed è interna a noi. La mente deve essere sgombra da ipocrisie, da atti di superbia; deve riempirsi di "vuoto mentale": solo così potremmo riempire la nostra coscienza di tutto ciò che è positivo. Se la mia mente è piena, anche se lo è di cose ottime, non permette di essere riempita da altre cose, forse meno importanti, ma forse più salutari. Chi inizia a praticare Zen vuole crescere nella comprensione della Realtà. Ma se la nostra mente è già piena di una realtà non può riempirsi di un'altra realtà. Non si può pensare con animo sereno ad una persona se il nostro animo è pieno di un’altra persona. Istintivamente si fanno paragoni, confronti e si vivono male due rapporti: uno con il ricordo della persona passata e l’altro con la persona in quel periodo presente. Ora è difficile controllare il sentimento, ma è facile controllare la nostra mente, svuotare ciò che abbiamo in mente e lasciarsi investire dallo Zen.

    La vigilanza è il fissare la nostra attenzione, con piena consapevolezza, sul presente, sul qui ed ora. E’ "il digiuno della mente", il vero nobile sentiero. Ogni sensazione che ci viene attraverso i sensi o l’immaginazione deve essere vista così come è, senza aggrapparvisi o cercare di mandarlo via. Questo è anche l’essenza della Via Media: vedere ogni cosa che si presenta alla nostra mente come essa realmente è, con piena e vigile coscienza. Disse il Buddha: Non provare simpatia, non provare antipatia, ed allora tutto sarà chiaro. Quando proviamo a fare ciò la nostra mente si riempie delle più varie sensazioni e si riempie di pensieri; tutto ciò rende impossibile essere lucidi e distaccati da evitare di reagire ai pensieri ed agli oggetti. E qui entra la Retta Vigilanza. 

    Come il samadhi, l’ultimo passo dell’Ottuplice Sentiero, conduce alla realizzazione, ma ha bisogno del passaggio precedente, così la retta vigilanza ha bisogno dei passi che a precedono, cioè la corretta comprensione, la moralità, la determinazione. Se non vi è comprensione la mente non può distaccarsi a sufficienza dagli oggetti in continua trasformazione e non si può praticare la retta vigilanza. Allo stesso modo una buona base di atteggiamento morale è necessario perché la vigilanza non sia costruita sulla sabbia: una coscienza cattiva ben difficilmente potrà scorgere dentro di noi e permetterci di vedere n noi come in uno specchio d’acqua chiara; quello che vedremo sarà solo dell’acqua torbida che sarà smossa.

    L’aumento della consapevolezza di sé e della pace dovrebbe portare ad un maggiore autocontrollo; all’inizio deve esserci almeno la sincera volontà e lo sforzo verso la bontà, ed un sincero rimorso, e se possibile la riparazione, per qualsiasi male compiuto. 

    Qui si nota una piccola differenza con la psicoanalisi occidentale; il rendere conscio l’inconscio, cioè la pratica dell’analisi psicologica non si adatta alla pratica della vigilanza, il cui unico scopo è di vedere più chiaramente, senza alcun pensiero di carattere discorsivo, ciò che è: nessun pensiero, nessuna nevrosi.

    Il bisogno occidentale di razionalizzare sulla pratica meditativa è uno dei motivi principali per cui gli occidentali in genere trovano molto più arduo portare a termine un corso di meditazione.

    Buddha proponeva di fissare l’attenzione sulla respirazione; egli, inoltre, disse che la mente quando si comincia a distoglierla dai suoi frequentatori negativi (le distrazioni) è come un pesce tolto dall’acqua e si dimena, o come il drago che prima di morire muove la coda alla cieca. Così è normale che, seppure in un ambito di pace interiore, consapevolezza del respiro, ancora la nostra mente rimane infastidita dalle distrazioni. La persona illuminata non è colui che non ha avuto distrazioni nella pratica, ma colui che ha perseverato nella pratica. Ci dovrebbe essere una determinazione che segue l’Ottuplice Sentiero, e non una determinazione di un ego troppo forte, tipo "Io voglio riuscire nella meditazione". La determinazione deve essere rilassata, in equilibrio tra la concentrazione (samadhi) e l’energia spirituale (virya), tra la saggezza (prajna) e la moralità (shila). Un tipo di pensiero che può avvenire è del tipo dei commenti ripetuti come, ad es., "riesco a non pensare a nulla", o "non riesca a stare un solo istante a non pensare a nulla". Tutti i tipi di pensiero che possono passare per la mente devono, appunto, lasciare che passino senza soffermarsi.

                                                                                                                            PRESENTAZIONE

                                                                                                                           SOMMARIO ZEN DO ISHI