ZEN

 

 

 

 

            E’ più facile dire cosa non sia lo Zen, piuttosto che cosa sia. Ad un esame superficiale o fidandoci sui motivi per cui è stato importato in Occidente, sembra che lo Zen rappresenti una scorciatoia per una via spirituale; questo è il motivo principale per cui molti occidentali seguono lo Zen o il buddhismo. Tuttavia, niente è più sbagliato di questo; nessun popolo è più spirituale del popolo orientale, la cui vita intera, dalle azioni più complesse alle azioni più umili, come spazzare un pavimento, è permeata di spiritualità.

            La nostra cultura ha avuto, negli ultimi due secoli, un grande balzo in avanti portando con sé una grande trasformazione sociale e culturale che ha avuto ripercussioni anche nel campo spirituale. Si costruisce una società più perfetta da un punto di vista economico, ma si cade in una perenne contraddizione. Da una parte si cerca di liberarsi da ogni tipo di schiavitù socio-politica, religiosa, ma dall’altra parte si cade nella schiavitù del progresso, della temporalità. L’uomo non è visto per ciò che è realmente, cioè un ente costituito da anima e corpo, ma per ciò che potrebbe produrre (ens faber), o, attualmente, per come appare. E’ importante non quello che si dice, o quello che si ha da dire, ma come si dice, o come si appare.

            Tutto questo ha messo in crisi i valori tradizionali, e le generazioni di giovani hanno sempre più fretta di potere dire la loro sulla società.

            L’uomo vuole essere libero perché si sente investito da tale potenza positiva, dalla credenza nella società, nelle scienze, nella ragione.

              Ma l’uomo è libero? Nella concezione di pensiero del mondo orientale vi è una identità di fondo: l’uomo vive immerso nelle tenebre illusorie del mondo del maya, e pongono come tema centrale della salvezza dell’uomo la liberazione dal male. Nella concezione fondamentalmente atea del mondo occidentale, l’uomo è visto come colui che rende vana la propria libertà se è posta al servizio di un Dio, sì provvidente, ma per questo anche predeterminante, e, quindi, limitante.

            Si afferma che l’uomo può essere veramente libero solo se si nega Dio. Ad es. per Nietzche l’uomo, per essere veramente tale, deve liberarsi di Dio ed assurgere, così al livello di "superuomo", ed arrivò, per questo motivo, a pronunciare l’espressione " Dio è morto". Per Nietzche l’ateismo radicale è un punto di partenza ed è connesso con il nichilismo, il che porta a concludere che tutti i valori sono ora crollati, morti insieme a Dio.

            Ma bisogna riempire quel trono oramai vacante con valori nuovi; Nietzche identifica questo valore nuovo con la "teoria del superuomo"; altri porranno vari idoli (ragione, potere, successo, lussuria) per cui si porterà alla conclusione che l’ateismo debba essere sostituito dal concetto di idolatria. Quando l’uomo pensa di riuscire a dominare gli eventi della storia, la natura può credere alla scienza che gli ha consentito tale dominio; a volte l’idolo può essere rappresentato dal dovere (Kant), dall’equilibrio psicologico o dall’eliminazione della nevrosi (Freud), dal collettivismo (Marx). L’ateismo contemporaneo vuole essere una difesa della libertà dell’uomo contro Dio, anche se è più opportuno considerarla una difesa contro l’alienazione religiosa.

            Ma l’uomo è un essere costituito di anima, spirito, e corpo, per cui se vuole soddisfare il suo essere deve nutrire in uguale misura sia il corpo sia l’anima. Ma se Dio è morto, si deve sostituirlo con qualcosa d’altro per soddisfare l’esigenza di spiritualità insita in ogni uomo.

            L’uomo occidentale è infelice e le statistiche ci dicono che il malessere più diffuso è lo stress, la noia, l’inquietudine, lo spleen. Ciò che agli inizi del secolo colpiva solo alcune persone che si ritenevano avanti con i tempi (es. Baudelaire, Mallarmè, Rimbaud, ecc.), attualmente colpisce il 90 % della popolazione mondiale. La popolazione occidentale è stata presa dal desiderio di dominare la realtà e di impossessarsi sempre più di cose, badando prettamente alla apparenza e non alla sostanza delle cose; raggiunte quelle cose, ci si mette alla ricerca di altre cose che soddisfino la nostra sete di avere.

            Si tende non al dominio di sé ma della realtà che ci circonda; la sete del possesso, in tutti i campi, porta l’uomo all’allontanarsi dal dominio di sé, alla pace interiore. Ma il vuoto interiore non si riempie con l’apparenza, ma con la solidità della realtà.

            Il mio sensei mi disse, parlando delle persone che comprano stereo enormi per le macchine e poi vanno in giro usandoli al massimo del volume, che la musica deve essere nel cuore e non nelle orecchie; chi ha la musica nel cuore si allieta sentendo la musica della natura, il silenzio, il rumore della pioggia, del mare, il cinguettare degli uccelli, il pianto di un bimbo.

            Ecco, allora, venire in aiuto le filosofie orientali, le quali, però, sono state svuotate del loro significato più autentico, ed usate come scorciatoia religiosa. Si diviene buddhisti perché ha meno obblighi della religiosa cristiana, ma ciò non corrisponde alla verità. Se un buddhista seguisse la nostra religione dall’esterno penserebbe che questa si risolve nell’andare a messa qualche volta, nel fare qualche elemosina, e nel pregare qualche volta; penserebbe che per essere buoni cristiani sia sufficiente non uccidere, non rubare, non dire falsa testimonianza, nell’andare a fare qualche gita con la scusa di andare a visitare qualche santuario. Ma non è così. ma noi vediamo la religione buddhista nella stessa maniera, con la stessa ottica.

            Tuttavia, il buddhismo occidentale più che una religione fondata su principi religiosi è un atteggiamento etico caratterizzato dalla non violenza, da un generico amore per la natura, dalla ricerca dell’imperturbabilità; è una dottrina alquanto povera, artificiosa per persone modeste e povere da un punto di vista spirituale, deluse dall’attivismo occidentale, per cui ha poco a che vedere con il buddhismo indiano.

  Il mio sensei mi diceva spesso che si diviene pessimi buddhisti dopo essere stati cattivi cristiani. Vista in questa maniera si snatura il buddhismo o lo zen della sua vera natura.

Alla domanda a cosa serva lo zen è sbagliato dare una qualsiasi risposta; dare una risposta oggettiva allontana dal vero spirito dello zen. Si può dire a cosa serve l’amore, o si può spiegarlo? Provare a spiegare cosa serva l’amore vuol dire dare una spiegazione su un aspetto, ma non si potrà mai arrivare al cuore dell’amore, e chi non lo ha mai provato non potrà mai capirlo. Si possono dare delle spiegazioni su alcuni aspetti, alcuni poeti hanno dato delle loro impressioni, ma queste sono sempre soggettive e mai oggettive. Ridurre, ad es. l’amore ad uno scambio di effusioni equivarrebbe a snaturarlo. Così è impossibile rispondere a cosa serva lo zen.

          Moltissime delle persone che conosco, tra cui la maggioranza dei miei allievi, pratica lo zen non per praticarlo, ma per usarlo. Lo usano come mezzo per rilassarsi, per stare bene, per fornirsi un alibi pensando di soddisfare il proprio bisogno di spiritualità. Però, così facendo perdono di vista lo zen nella sua interezza. Voglio subito togliere ogni dubbio, dicendo che lo zen non può in alcun modo sostituire la religione, e che se ognuno di noi riuscisse a fare sua l’esigenza della propria fede non avrebbe bisogno di praticare alcun tipo di filosofia, sia essa occidentale, sia essa orientale. Purtroppo moltissime persone che non hanno chiaro il concetto della religione pensano che lo zen sia una religione e, per questo motivo, pensano che non sia possibile essere seguita dagli occidentali.

    Una dottrina per essere qualificata deve rispondere a tre requisiti fondamentali: - credere in un dio creatore; - concetto di creatura; - concetto di assoluta dipendenza della creatura dal creatore. Lo Zen non ha alcuno di questi concetti per cui non può essere identificato con una religione; è il buddhismo che può porsi questo problema, secondo l'ottica con cui si vede la figura del Buddha. Certamente religione è l'induismo.

     Altre persone vedono lo zen come una psicoanalisi di tipo orientale; tuttavia, lo zen di differenzia da questa in quanto è tanto orientale quanto la psicoanalisi è occidentale. Lo zen, obbedendo alla matrice orientale, è preventiva, anche se può essere usato come cura delle nevrosi.

            Tuttavia, dire cura è sbagliato, in quanto si potrebbe definirla un tipo di ginnastica della psiche; in ultimo, le differenze rispetto alla psicoanalisi sono maggiori rispetto alle analogie.

    Non è un sistema filosofico come lo intendiamo noi, in quanto pur avendo in comune con la filosofia lo studio dell'uomo, propone, al contrario di questa, delle pratiche per fare sì che che ciò che si è compresi con l'intelletto arrivi nell'intimità dell'Io.

    Un monaco affermò che lo zen è il nostro pensiero quotidiano. 

Lo Zen rappresenta la nostra finestra sul mondo: dipende da noi se la porta si apre all’esterno o all’interno.

    Lo zen non si spiega ma si prativa; tuttavia, in maniera semplice si può affermare che scopo dello Zen è arrivare al risveglio, all'Illuminazione del buddhismo, al satori. Per arrivare a questo stato si eseguono tre vie che devono essere praticate insieme: la pratica dello shinkantaza o dello zazen; la pratica della respirazione; il Koan.

    Attualmente è diviso in due grandi Scuole, la Scuola Rinzai, che pratica maggiormente il Koan, e la Scuola Soto, che pratica maggiormente lo zazen.

    Il satori è la meta che non deve essere ricercata pena la vacuità della ricerca. Il suo conseguimento deve avvenire in maniera del tutto naturale.

.La popolazione occidentale è stata presa dal desiderio di dominare la realtà e di impossessarsi sempre più di cose, badando prettamente alla apparenza e non alla sostanza delle cose; raggiunte quelle cose, ci si mette alla ricerca di altre cose che soddisfino la nostra sete di avere. Si tende non al dominio di sé ma della realtà che ci circonda; la sete del possesso, in tutti i campi, porta l’uomo all’allontanarsi dal dominio di sé, alla pace interiore. Tuttavia il vuoto interiore non si riempie con l’apparenza, ma con la solidità della realtà. Il mio sensei mi disse, parlando delle persone che comprano stereo enormi per le macchine e poi vanno in giro usandoli al massimo del volume, che la musica deve essere nel cuore e non nelle orecchie; chi ha la musica nel cuore si allieta sentendo la musica della natura, il silenzio, il rumore della pioggia, del mare, il cinguettare degli uccelli, il pianto di un bimbo.

 Potrebbe sorgere spontanea una domanda: considerata la difficoltà ad avere l’esperienza del satori, ed ancora considerando che occorrerebbero degli anni, con la prospettiva di non arrivare mai a viverla, è conveniente intraprendere lo studio dello Zen? La risposta non può che essere affermativa. . Prendiamo come esempio la pratica di un qualsiasi sport; si vede come solo una esigua minoranza di praticanti riesca ad arrivare alle alte vette del professionismo; è indubbio, però, come anche per gli atleti dilettanti vi sono dei vantaggi, sia a lungo termine (ad esempio una vecchiaia scevra di malanni fisici i quali, al contrario, colpiscono con maggior incidenza chi ha vissuto una vita sedentaria), sia a breve termine (ad es. una maggiore efficienza metabolica nel nostro organico). E’ importante la pratica in quanto solo attraverso essa si giunge al satori veritiero. E’ importante praticare la Via di Buddha per giungere all’Illuminazione: fare del bene, evitare il male, purificare il proprio cuore. E’ importante praticare gli esercizi respiratori per arrivare alla respirazione in zazen, necessaria per giungere al satori. Proprio per non fare sì che il discepolo cada nella tentazione di volere raggiungere necessariamente in breve tempo l’esperienza del satori e di abbandonare la Via se non si riesce a raggiungerlo, lo Zen offre la possibilità del samadhi, cioè di quello stato o condizione mentale in cui la mente diviene vuota, pur restando in uno stato di lucidità mentale, ovvero la pura esistenza. Questo tipo di samadhi è detto samadhi assoluto. Siamo in un campo vicino al satori.

Già molti secoli passati Platone aveva espresso come condizione ideale dell’uomo lo stato di coscienza assoluta in cui si entra nella consapevolezza di conoscere le Idee allo stato puro nella loro essenza, senza i condizionamenti posti dalla nostra coscienza relativa. L’uomo che è rimasto allo stato primitivo, cioè attaccato alle cose terrene, e non si parla solo di cose materiali, non raggiunge la coscienza assoluta di una idea per cui ciò che è bello può essere bello per alcuni e non per altri, cioè è relativo alla esperienza di un uomo e di un momento. Ciò che oggi è per me bello o l’amore che provo per una persona, domani può non esserci più. Se, al contrario, si riesce a raggiungere l’Idea Assoluta dell’Amore, dell’Arte, della Bellezza, dell’Amicizia, si riconoscerà sempre l’amore, l’arte, la bellezza, l’amicizia ovunque siano rappresentate, in quanto tutte le rappresentazioni sono manifestazioni di Idee Assolute. Però mentre Platone dichiarava che solo il filosofo poteva avere in sé l’Idea Assoluta lo Zen  offre a tutti l’opportunità di arrivarvi tramite l’esperienza del satori. La coscienza relativa porta a considerare le cose, la natura, l’uomo stesso come una parte utilizzabile nel contesto della vita, portando la stessa ad essere vissuta in senso meccanico, con conseguente casi di stress, malinconia, depressione, e,nei casi più gravi, di alienazione e malattie mentali.

Anche la religione è vista in senso utilitaristico in quanto si seguono i Comandamenti per puro atto formale, prescindendo dal desiderio d’Amore di Dio per l’uomo e dallo uomo; conseguentemente si ha della religione solo una visione coercitiva, e questo porta l’uomo a vivere la religione come un dovere.

Spesso l’uomo moderno si vede costretto a vivere nella vita moderna (vedi paragrafo "distinzione tra mondo Occidentale ed il mondo orientale sul modo di vedere il mondo). Come conseguenza l’uomo sente il bisogno di "staccare" la spina dal mondo; questo perché la nostra mente deve continuamente lavorare ed oramai è stata abituata a vedere le cose non nella loro essenza, ma nel contesto della realtà i cui ci si muove, come una probabile fonte di utilizzo. Quindi, continuamente la nostra mente elabora idee e concetti sulle cose che ci circondano in maniera realtiva, cioè relativamente ad una loro possibile utilizzazione. Anche il comprare un semplice oggetto risente della relatività della persona; ad esempio il comprare una automobile risente dell’influenza i vari gadget, i quali influiscono enormemente sul prezzo, piuttosto che sul fatto semplice che una automobile dovrebbe servire solo a spostare una persona da un punto A ad un punto B.

 Con il conseguimento del Samadhi si raggiunge la piena consapevolezza del proprio essere, che non termina con l’uscire dallo stato del samadhi, riuscendo, così, ad arrivare alla consapevolezza della realtà esterna. Riuscire a porre se stesso ed il mondo esterno nel contesto della pura esistenza è Kensho. Ma per arrivare a questo dobbiamo sconfiggere l’Io relativo, il quale varia continuamente. Quando ci poniamo nell’atteggiamento mentale proprio per raggiungere il samadhi, spesso un pensiero negativo (negativo in quanto ci nega la possibilità di entrare nel samadhi) attraversa la nostra mente; liberandoci da questo pensiero negativo, un altro pensiero negativo viene ad ossessionare la nostra mente, e così via. Tuttavia, dobbiamo sempre allontanare il pensiero negativo. Se il fine ultimo della nostra esperienza è Dio, le tensioni mentali negative sono dette tentazioni. Un pensiero cristiano dice: "non è peccato la tentazione, ma l’assenso alla tentazione". Una massima Zen dice: "il prodursi di un pensiero malvagio è la malattia; non persistere in esso è il rimedio".

Secondo la tradizione, lo Zen fu istituito da Boddhidarma;

La discussione intorno a questo aneddoto ha senso solo se noi vediamo la faccenda da un punto di vista dello Zen e non, come siamo portati, da un punto di vista sociale, psicoanalitico, ecc. Dopo il risveglio del satori si vive nella realtà con un orientamento creativo: ciò che prima era all’infuori di me, cioè l’oggetto è, ora, con me. Vedo l’oggetto come soggetto, cioè come un essere avente una sua funzione particolare, che è propria dell’oggetto e che partecipa all’economia dell’universo. L’oggetto perde la sua meccanicità, per cui non penso a classificarlo con altri oggetti in base a proprietà meccaniche e fisiche. Un fiore non sarà un fiore in quanto avente un certo colore, un certo profumo, o certe caratteristiche che ci permettono di classificarlo in una certa famiglia; non è più un fiore tra i tanti, che ha la ventura di cadere sotto l’azione del mio osservare, ma è l’unico, il fiore, il solo fiore, che pur tra i tanti fiori uguali, è unico. Non vi sarà mai al mondo un fiore che sarà come quello, in quel posto, in quel momento: questo fiore è e rimane unico. Ora, la mia coscienza è talmente dilatata che comprendo tutto questo. Non vedo più le cose, le persone come vorrei che fossero, ma come sono realmente. Pensate a quanta pace ed armonia saranno in noi, quando, dopo l’esperienza del satori noi potremo vedere le persone non come massa, ma come individui unici. Ci avvicineremo, così, al modo di vedere le cose di Dio, il quale ama le persone una per una per quello che siamo, ed in modo unico ed incommensurabile.

La via del bodhisattva è per coloro che sono coraggiosi e convinti della potente realtà della essenza dell'illuminazione. Il termine bodhisattva significa "colui che è abbastanza coraggioso per camminare sulla via della bodhi, cioè del completo risveglio"; quindi, il bodhisattva non deve essere già completamente risvegliato, ma deve essere desideroso di camminare sulla via del risveglio. Questa via consiste in sei attività spirituali che hanno luogo spontaneamente quando si è raggiunto l'illuminazione; esse sono: la generosità, la disciplina, la pazienza, l'energia, la meditazione e la conoscenza, dette anche paramitas (175)

    Le virtù cardinali, cioè importanti, del cultore dello Zen sono conosciute con il nome di paramitas .

    1)CARITA’: e’ il dare, il prodigarsi a favore del prossimo dando non solo il superfluo o ciò che non serve più, ma ciò che serve a chi chiede. Non si deve dare solamente un bene materiale, ma anche, e specialmente, beni spirituali. S.Paolo dice che tutti i doni spirituali (carisma) sono ben poca cosa di fronte al dono della carità ( cfr.1 Cor. 13,1-13); Cristo proclama come emblema del suo insegnamento il comandamento di amarsi gli uni gli altri e di dare la vita per i nemici (cfr. Gv. 15,12-13).

Nel caso del bodhisattva la carità o generosità non deve essere fraintesa come un generico esser gentile con gli altri; è un qualcosa in più e riguarda la comunicazione, che deve essere accoglienza e scambio dell'altro. La carità è la volontà di dare, di aprirsi senza motivazioni filosofiche o religiose, ma un aprirsi in modo semplice senza sperare di ricevere qualcosa. Se iniziassimo a pensare sino a che punto dobbiamo praticare questa paramitas l'apertura non avrà alcun significato e risulterà vana. La generosità trascendente significa dare qualunque cosa si abbia, in maniera completa. Solo così si arriverà ad essere non-consapevole di se stessi.

    2) SHILA ,ovvero, l’osservanza delle massime, dei precetti, degli insegnamenti che conducono ad una regola morale nella vita. Inizialmente questa osservanza riguardava gli insegnamenti di Buddha; poiché lo Zen Do Ishi deriva dal Buddhismo, questi precetti riguardano anche lo Zen Do Ishi. Questo non contraddice ciò che ho detto in un altro punto a proposito della libertà dello zen Do Ishi dal Buddhismo, in quanto Sila si riferisce alle massime che riguardano l’uomo in generale, e non solamente i buddhisti, in quanto regole fondate sull’amore. Ed è grazie all’amore che l’uomo è stato creato. Queste leggi sono leggi naturali, in quanto scritte nell’animo di ogni uomo e si possono ritrovare in tutte le religioni. Poichè un bodhisattva è una persona completamente aperta, allora agirà in conseguenza e non dovrà seguire regole, ma, semplicemente, seguirà delle costanti. Poichè incarna la generosità trascendente è impossibile per il bodhisattva fare del male ad un'altra persona. Egli non crea mai il caos in quanto la sua mente è sempre precisa ed accurata che non commette mai errori; egli segue delle costanti che armonizzano le sue azioni, gli permettono di entrare nel caos dell'uomo, senza che il caos riesca ad offuscarlo.

    Una volta che si sia lasciato guidare dalla generosità e si sia aperto verso l'uomo egli segue tale costante.

 Ma ogni sforzo deve essere senza sforzo, con una condotta pura. Nello sforzo, invece, ogni azione sarà goffa e maldestra. Il cammino del bodhisattva è simile a quello di un elefante che cammina lentamente e con sicurezza attraverso la giungla, passo dopo passo senza mai cedere e cadere, con passo stabile e sicuro (178)

    3) KSANTI, pazienza, con un significato più profondo di umiltà. E’ intesa come la capacità di affrontare ogni umiliazione, ogni disprezzo degli altri con pazienza ed umiltà Significa agire nel bene o per il bene non per un plauso degli altri, bensì per il bene in se stesso. Gesù ha detto "Fate come me che sono mite ed umile di cuore". S.Francesco pregava Cristo chiedendo di "cercare non tanto di essere consolato, quanto a consolare; non tanto di essere compreso quanto a comprendere; non tanto di essere amato, quanto ad amare, poiché: è dando che si riceve, perdonando che si è perdonati, morendo che si resuscita a vita eterna".

    4) VIRYA, cioè energia, fuoco spirituale. Rappresenta la forza che ci permette di agire in sintonia con il nostro spirito, con tenacia e fermezza. Così facendo vivremo nella verità (corrispondenza tra ciò che pensiamo e ciò che facciamo); si esprime, così, la nostra natura di uomo. E’ un passo essenziale nella ricerca dell’Illuminazione.

La raccomandazione che faccio sempre ai miei allievi è di non essere tiepidi, ma di nutrire sempre il nostro spirito e non dare a noi stessi false illusioni, illudendoci di compire il meglio per il nostro spirito, in quanto, spesso, si compie il molto, che non è sempre il bene; non sempre coincide ciò che noi vogliamo con ciò che desidera il nostro spirito.

    5) DHYANA, cioè meditazione: è il sapersi mantenere in uno stato perenne di tranquillità o meditazione in ogni circostanza, senza lasciarsi disturbare dalle avversità che minano la nostra tranquillità e la nostra coscienza. Progredire nello Zen Do Ishi porta anche ad accrescere la nostra capacità di resistenza alle avversità.

    6) PRAYANA, cioè Sapienza Spirituale: è il sapere centrare il nucleo centrale di ogni questione senza lasciarsi abbagliare dalle circostanze negative; è il sapere riconoscere, tra tutte le parvenze illusorie della realtà, la vera essenza, senza che il nostro intelletto si lasci suggestionare da ciò che è solo superficialità. E’ importante per sapere riconoscere tra le varie personalità che presenta una persona quella reale.

Le varie paramitas sono virtù cardinali dell’uomo, e solo per studio e comodità vengono nominate individualmente; nella realtà, rappresentano un’unica virtù morale che si presenta sotto 6 aspetti.

    Anche lo Zen presenta delle preghiere, le quali, a differenza di quelle cristiane, non si rivolgono ad un Dio, ma sono come manifestazioni dell’amore dell’uomo per l’uomo. Per quanto innumerevoli siano gli enti, io prego perché tutti si salvino; - per quanto inesauribili possano essere le passioni, io prego perché tutte possano essere sdradicate; - per quanto supremamente elevata possa essere la via di Buddha, io prego che tutti possano raggiungerla.

    L’importanza di queste preghiere, come nel Koto-Dama, non risiede nel fatto che si recita una formula magica, ma nell’agire vivendo nella pratica ciò che si recita.

    Quando si recita la prima preghiera bisogna agire in modo che io possa salvarmi, ma che anche gli altri possano salvarsi; anche per quanto riguarda le passioni, sono io per primo ad adoperarmi per sdradicare le passioni da me; sono io a porgere per primo la via di Buddha agli altri uomini.

    Può sembrare complicato seguire la via dello Zen Do Ishi, ma questo si riduce a seguire la Via di Buddha: fare il bene, sfuggire il male, purificare il cuore.

    Pratica basilare dello Zen è lo zazen; lo Zen Do Ishi contempla altre posizioni che hanno la stessa funzione, cioè di una progressiva diminuzione degli stimoli che arrivano al cervello, perché questo arrivi ad una condizione nella quale non si è più consapevoli del proprio corpo, pur potendo muovere, volendo, le proprie membra. Questo stadio di assenza delle sensazioni precede lo stadio del samadhi. Una corretta posizione deve permettere che il peso del corpo si concentri nel tan-den, considerato la sede del potere spirituale dell’uomo.

 

    VUOTO MENTALE

    Bisogna esercitarsi per porre la mente in uno stato di non-attaccamento alla realtà; in quanto la realtà con le sue esigenze primarie (vitali) e secondarie (non prettamente vitali) ci pone continuamente nuovi problemi che potrebbero trovarci impreparati.

    Vi è un termine nello Zen classico, indicato come MUSHIN (nessuna mente) che ha il significato di nessun Io, cioè lo stato mentale in equilibrio. Nello Zen Do Ishi si scopre come ristabilire l’ordine mentale, cioè l’equilibrio mentale, cioè il vuoto. Perché in noi venga il vuoto è necessario che nessun pensiero venga a perturbare la nostra quiete mentale, in quanto i pensieri generano una pressione interna che altera lo stato di equilibrio. L’Io è l’effetto di una successione di pressioni mentali interne.

    Una corretta manipolazione del tan-den è lo strumento per controllare l’attività cerebrale, e siccome il controllo del tan-den si acquisisce con la respirazione, essa è importante per controllare l'attività cerebrale.

    Qui si riscontra un’altra importante differenza tra lo Zen classico e lo zen Do Ishi: lo Zen classico si ferma ad una unica forma di respirazione, mentre lo Zen Do Ishi offre una serie di metodiche ed esercizi respiratori che interessano i vari chakra ed hanno lo scopo di sviluppare il proprio livello energetico a vari livelli: spirituale, fisico, psichico. Inoltre, lo Zen Do Ishi offre delle respirazioni che permettono di avvicinarsi con gradualità alla Respirazione per eccellenza dello Zen, la respirazione estremamente profonda indispensabile da effettuarsi per entrare nello stadio del satori.

    Imparare mediante il corpo è un elemento fondamentale dello zen, che procede dal corpo alla mente, innanzitutto sedendosi correttamente, regolando la respirazione e poi ordinando la mente. Ancora più dello zen classico, lo zen Do Ishi è una pratica che permette ed insegna a vivere la vita con il corpo. L’Occidente non vive secondo il corpo; anche la religione è vista in senso razionale poer cui, prima, si discute l’idea di Dio, e poi ci si convince della nostra scelta, ed infine Lo si prega per chiedrGli qualche grazia: si procede, quindi, dalla ragione al corpo. Quando si vede qualcosa diciamo: io vedo; spesso si scambia questo "io" come l’ "io" che è dentro di noi, cioè la nostra anima, la nostra essenza; questo è anche vero; una qualità del samadhi è proprio quella di di fare vedere ciò che vedo con l’intero essere. Ma prima di vedere con l’ "io" interno, io vedo con gli occhi, quindi, anche nell’azione del vedere, come quelle delle altre azioni, l’attore principale è il corpo. Il corpo parla anche quando non compie alcuna azione; se ho freddo il mio corpo trema; se ho sete la mia lingua è arsa; se dormendo ho un incubo il mio corpo sobbalza. Se io parlassi solo con le parole non è detto che sto dicendo qualcosa; spesso, l’eloquenza, il troppo parlare, può nascondere un secondo intento. Come quello di nascondere i propri sentimenti. Lo Zen Do Ishi permette al discepolo che intraprende il suo studio e che si avvicina alla pratica, la veridicità del suo pensiero con la finale accettazione personale.

    E’ importante il praticare e non il dissertare in quanto una spiegazione può divenire esortazione. E questo è contro la natura dello Zen Do Ishi.

    Ho parlato nella prefazione di alcune massime buddhiste, sul come sia importante liberarsi dalle passioni.

Nel campo cristiano s. Tommaso parla delle passioni come di sentimenti che ostacolano una sincera adesione al proprio cedo. La purificazione del cristiano non si deve esplicare solamente in un pentimento dal peccato, ma nel protendere tutto se stesso verso Dio in quanto le passioni illusorie sono nate come conseguenza dell’allontanamento da Dio, vera luce; il secondo passo è l’Amore verso Dio che deve riflettersi nell’Amore verso il prossimo. Se si ritorna in Dio si ritorna all’origine e si torna in intimità con Dio, si diviene fratelli e, di conseguenza, scompare la distinzione tra lui e le altre persone.

    Nello Zen Do Ishi si parla di Gedatsu per mezzo del quale ci si avvicina all’Illuminazione e dove si sconfigge l’ignoranza e si torna alla vera fonte dell’"io": così facendo ci si libera dal dualismo relativo, tipo "io" e gli "altri".

    Il mondo religioso occidentale vuole vincere le passioni negative con la ragione e la volontà; una volta individuato l’atto negativo, egoistico mediante l’esame di coscienza si cerca di cambiare per mezzo della ragione, usando anche mezzi fisici, come austerità fisica, la repressione dei desideri, ecc. Tutti questi mezzi sono buoni non per se stessi, ma solo se raggiungono un buon fine: una giornata di digiuno può essere un buon mezzo per disintossicarsi, per purificare il corpo se a praticarlo è una persona integra fisicamente, mentre può essere deleterio per altri.

    Per questo motivo non si deve considerare il corpo esclusivamente come un mezzo per salvare l’anima; l’uomo occidentale per un errato concetto considera il corpo come un semplice mezzo. Lo stesso sbaglio può essere riscontrato anche negli orientali dove si usa il Buddhismo e lo Zen per un generico "sentirsi bene"; così molte aziende giapponesi promuovono sedute di zazen per portare equilibrio tra i propri dipendenti, considerando lo zazen alla stregua di un ansiolitico.

    Un grande Sensei Zen disse: "Lo Zazen è la porta per cui si entra nella pratica Zen". Nessun Sensei ha mai affermato che lo Zazen o lo Seiza-dachi è un mezzo. Considerare lo zazen come un mezzo e non una via è snaturare lo Zen.

    Le passioni umane si annidano in fondo al cuore e non possono essere eliminate dalla sola forza di volontà, in quanto non si può controllare il corpo con la ragione (ad esempio non si può pensare di praticare uno sport leggendo dei libri e cercando di imparare da essi), non si possono controllare i sentimenti inconsci con una attività conscia; non è possibile risolvere e curare delle cattive passioni o abitudini errate in un momento .

    Le cattive abitudini sono radicate in noi in quanto permeano il corpo, suscitando, spesso, dipendenza (alcool, droga, fumo, cibo, ecc.); non solo coinvolgono il subconscio, ma riempiono spesso tutto il corpo.         Essendo fissate nel corpo, le cattive abitudini possono essere allontanate solo purificando il corpo; queste abitudini errate permeano anche la ragione e la volontà (es. egoismo, avarizia, ecc.). Per fuggire dalle cattive abitudini bisogna subire la Grande Morte, che non ha il significato di morte fisica, ma rappresenta la morte del proprio "Io" illusorio, per potere rinascere a vita completamente nuova. Il Cristo è venuto a morire per l’uomo perchè l’uomo potesse risorgere insieme a Lui dalla grande illusione data dal male, chiamato anche "principe di questo mondo". Risorgendo con Lui si avrà nuovamente la mente e la coscienza aperta a Dio, alla Luce che richiede il mondo.

                                                                                                   

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